Sud

E la cicala torna a cantare: i giovani migranti italiani

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L’uomo-gallo sopra Vitebsk, Marc Chagall, 1925, collezione privata

 

È noto, ci sono zone di questo nostro mondo totalitario – liberista, consumista, tecnocratico e retoricamente (ma solo retoricamente) democratico – che scivolano sempre più lontano dal centro, diventano sempre più marginali, salvo essere recuperate stagionalmente come “riserve” quasi esotiche per turisti provenienti dal “centro”.

È il caso – per riflettere su un ambito ristretto ma altamente significativo – di molte realtà del nostro Sud.

Tutto sembra congiurare contro queste aree del nostro Paese, costrette oggi a dare in pasto al turismo di massa i loro talenti paesaggistici, enogastronomici e storico-culturali così come in passato (?) hanno dovuto fare con una industria nazionale priva di scrupoli.

Quel che è peggio, però, è che questi territori sono sempre meno “territori”, cioè luoghi animati da una comunità viva che li feconda e li trasforma giorno per giorno: i giovani, i garanti della continuità vitale, aperta alla trasformazione, sono di fatto costretti ad abbandonare le loro città, i loro paesi per rincorrere il sogno (sacrosanto) di una piena realizzazione delle loro ambizioni umane e professionali.

Ora, è possibile in queste condizioni pensare un progetto di riqualificazione culturale di queste aree del Paese? E in primo luogo, perché avvertiamo l’esigenza di un rilancio culturale, se “cultura” sono comunemente i valori condivisi di una comunità e la loro proiezione sul paesaggio, sulle consuetudini sociali, sulle istituzioni, quali che essi siano?

Il fatto è – io credo – che i valori condivisi, quelli vischiosi della tradizione, certo aperti come ogni cosa al mutamento, ma lentamente e con molta riluttanza, hanno perso la loro assolutezza, la loro indiscutibile validità nel contesto di mondo aperto che la tecnologia dell’informazione (TV, Web, smartphone) squaderna ogni istante davanti ai nostri occhi.

La straordinaria varietà di segni culturali, graduati secondo una scala di differenze estesa nella nostra percezione fino al livello del bislacco e dell’assurdo, che ad ogni momento si accampa sul display dei nostri dispositivi tecnologici ci costringe a guardare ai nostri usi e costumi come a una delle innumerevoli possibilità – tutte a loro modo valide – di rapportarsi all’altro, sia esso rappresentato da uomini o da cose.

In questo oceano sempre tempestoso dell’informazione globale e immediata, in questo oceano senza baricentro, noi capiamo che arroccarsi a difesa di tradizioni, abitudini, modi di pensare consolidati è assurdo come voler contenere una porzione delimitata di acque e farne il centro dell’oceano. È questo il pericolo del localismo, della rivendicazione incondizionata della centralità del proprio territorio e della cultura che esso esprime in un mondo che non ha più centro.

In questo mondo ormai spalancato “cultura” non può più essere difesa incondizionata delle eccellenze tradizionali del proprio territorio (a tutti i livelli, dai prodotti enogastronomici, al paesaggio, ai manufatti artistici, agli uomini che si sono distinti nei vari campi delle attività e del sapere): “cultura” deve essere conoscenza critica di quanto accade nel vasto mondo, conoscenza fondata e accompagnata dalla riflessione, deve essere in una parola consapevolezza.

È questa io credo la “cultura” di cui sentiamo oggi la mancanza, questa la “cultura” che vorremmo rilanciare. E non sfugge a nessuno che sono necessariamente i giovani, vuoi per la loro curiosità, vuoi per la loro vocazione direi biologica al futuro, i candidati ideali a questa operazione di riqualificazione culturale nel senso appena indicato.

Ora, l’emigrazione per ragioni formative e professionali dei giovani potrebbe paradossalmente costituire una preziosa opportunità di risveglio per i Paesi che essi sono stati costretti a lasciare. Nei loro percorsi in città e università di questo nostro mondo globale in cui il vento è più teso e la corrente più forte, infatti, essi sono spettatori, talvolta attori e anche protagonisti di processi che nelle aree marginali giungono per via molto mediata e spesso distorta, sono parte di reti relazionali in cui sono presenti uomini e gruppi che, si sarebbe detto una volta, stanno facendo la storia.

Credo dunque che i loro periodici rientri “a casa” non debbano seguire le piste passatiste della nostalgia, né quelle ben più inquietanti della riscoperta dei luoghi dell’infanzia con gli occhi nuovi del turista proveniente dal “centro”, ma debbano essere delle occasioni per riportare sul territorio conoscenze, esperienze di studio e di lavoro, questioni e riflessioni a cui è appeso il futuro nostro e di tutti: chi è partito per la frontiera, alla scoperta del “far west”, può essere la cerniera tra un mondo che fugge in avanti e le sue periferie che – non per colpa loro – arrancano, può essere il fattore decisivo per la rinascita culturale di queste ultime.

Perché questo accada però non è solo necessaria la disponibilità di chi lascia il suo territorio, ma anche la convinzione e l’intelligenza progettuale di amministratori, associazioni e altre istituzioni presenti sul territorio, che sappiano coltivare il rapporto con chi suo malgrado è dovuto andare via e può però, forte di un bagaglio acquisito altrove, contribuire a vivificare intelligenze e coscienze.

Parlo in definitiva della necessità di fidarsi – con il dovuto discernimento – del potenziale civico di questi giovani (in senso lato…) emigranti, di affidare loro momenti di incontro e di riflessione, cicli di conferenze e altre iniziative culturali nelle realtà sempre più marginali delle province italiane, al fine di evitare che sia per esse ineluttabile il destino della cicala, il cui guscio preserva intatte le sue forme anche quando la vita, dentro, è scomparsa.

 

 Gatto Davide

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