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Mulholland drive, la materia di cui è fatto il cinema

Nonostante il terzo millennio sia iniziato da appena sedici anni, la BBC pochi mesi fa ha chiamato all’appello ben 177 critici cinematografici, provenienti da tutte le parti del mondo, per decretare i migliori 100 film realizzati dal 2000 ad oggi. Il film che ne è uscito vincitore è Mulholland drive, di David Lynch, definito dallo stesso regista “una storia d’amore nella città dei sogni”. Infatti per tutto il film ci troviamo catapultati in una dimensione onirica, tra deliri psicotici, immagini memoriali e allucinatorie della protagonista, Diane, profondamente turbata dalla separazione dalla sua compagna, Camilla.

È risaputo quanto si sia parlato di questo film e quante teorie siano state sviluppate per cercare di comprendere un tessuto semantico di grande complessità. Ma una delle scene più misteriose e più significative può essere in grado di fornirci una chiave di lettura. La sequenza in questione è quella del Club Silencio, in cui vediamo le due protagoniste sedute sulle poltrone a guardare uno spettacolo.

Ad un certo punto il presentatore evidenzierà la finzione di ciò a cui assistono, dicendo “No hay banda. È tutto registrato. Il n’y a pas d’orchestre. È tutto un nastro. È solo un’illusione”. E ancora, quando sul palco Rebekah Del Rio canterà, in modo struggente, Llorando por tuo amor, la cantante cadrà per terra, ma la musica e la sua voce continueranno a suonare in sala, generando nelle protagoniste delle emozioni fortissime. Nell’orizzonte di questa finzione, l’unico elemento reale sono le emozioni provate dalle due donne. Ma uno spettacolo in cui tutto è finto e ciò che è reale sono le reazioni e i sentimenti degli spettatori è una proiezione cinematografica: sappiamo che ciò che vediamo non è reale, eppure ci emozioniamo, consapevoli della finzione schermica. Nonostante quest’ultima sia tangibile, il cinema è in grado di creare empatia. Nel buio della sala, ci facciamo assorbire dalla storia raccontata, diventiamo un tutt’uno con chi svolge le azioni sullo schermo. Siamo in grado di provare qualsiasi emozione: lo stupore, il terrore, la collera, l’odio, la gioia. A fronte di ciò, possiamo considerare Mulholland drive con tutta la sua complessità, con ogni immagine ambigua, con la sua discontinuità spazio-temporale un film metacinematografico (e anche onirico, sicuramente). Ciò che conta sono le lacrime, i sorrisi, le emozioni, lo spettatore. Il cinema è empatia.

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Fumarola Mariapia

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