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Informazione e referendum: la parola a Violante e Quagliariello 

In un mondo interconnesso in cui l’accesso all’informazione è diventato più facile e immediato grazie alla pluralità di strumenti che il web ci offre, si registra, allo stesso tempo, soprattutto fra i giovani, sempre più disinformazione. Quest’ultima, inevitabilmente, sfocia in prese di posizioni superficiali, poiché frutto di slogan spiattellati alla collettività e fatti propri e non di profonde analisi individuali sulla materia.  

Noi di Clizia crediamo nell’informazione perché informare vuol dire stimolare e potenziare la capacità critica di ognuno. E’ questo il motivo per cui abbiamo deciso di parlare dell’evento politico italiano più importante dell’anno: il referendum costituzionale. Ovviamente senza prendere posizioni, ma limitandoci a un report di una conferenza sulle ragioni del Sì e del No, avutasi a Vicenza al polo universitario di Viale Margherita il 14 novembre.

Organizzata da Alessandra Moretti, consigliere regionale del Partito Democratico del Veneto e già vicesindaco di Vicenza, la conferenza ha avuto come ospiti per il Sì Luciano Violante, esponente del Pd e presidente della Camera dal 1996 al 2001 e per il No Gaetano Quagliariello, rappresentante del centrodestra e ministro delle Riforme tra il 2013 e il 2014. La relazione introduttiva è stata affidata all’avvocato penalista Fabio Pinelli, mentre la moderazione a Gianmarco Mancassola, giornalista de Il Giornale di Vicenza.

Fabio Pinelli prende la parola e lo fa ripercorrendo il cammino dell’Italia e delle sue commissioni costituenti: la prima è quella del 1983, presieduta da Aldo Bozzi e a cui partecipano politici e intellettuali di grande rilievo, come Rodotà, Giunti, Ruffilli; lo step successivo si ha tra il 1992 e il 1994 con la commissione De Mita-Iotti , in cui si parla di “rafforzamento dell’esecutivo, di riduzione del numero dei parlamentari,  di superamento del bicameralismo paritario, attribuendo ad una camera le funzioni di assemblea Nazionale e all’altra quella di camera delle regioni”. Come nel 1983, anche nel 1994 non si arriva alla formulazione di una riforma. Nel 1997 D’Alema presiede la terza commissione costituente e si arriva al 2006, anno in cui gli italiani bocciano la riforma costituzionale dell’era Berlusconi, che prevede “una camera non più legislativa, privata del voto di fiducia al governo”.

Pinelli, addentrandosi nella riforma, afferma poi che l’ abolizione del bicameralismo, la fiducia da una sola camera, la legge elettorale a stampo maggioritario hanno l’obiettivo di far prevalere la sostanza della decisione politica rispetto alla sua formazione, “atteggiamento che si riconosce essere tipicamente di destra, che tuttavia si pone compattamente per il no”.

Successivamente l’avvocato si concentra su quelle che lui definisce le criticità della riforma: l’eliminazione del bicameralismo paritario e le materie di competenza del Senato.

Riguardo al primo punto, a suo dire, in ambito penale, solo “il bicameralismo garantisce un momento di riflessione che traduce nella sostanza il principio costituzionale della riserva di legge”.Con l’eliminazione, dunque, del bicameralismo paritario scomparirebbe quel momento di riflessione e mediazione proprio di un ordinamento democratico.

Passando al secondo punto, l’avvocato fa notare che si trova a dover legiferare impropriamente il recepimento delle direttive comunitarie il Senato delle regioni. Essendo quest’ultimo votato indirettamente e spogliato dalla possibilità di sfiduciare l’esecutivo, Pinelli ritiene che non sia materia del nuovo Senato il fondamentale collegamento con l’Unione Europea.

A questo punto interviene Luciano Violante, che si reputa sostenitore del comitato Non Renziani per il Sì, dichiarando che il sistema politico italiano ha funzionato abbastanza bene fino agli anni Settanta, che coincidono con l’inizio della crisi dei partiti e dunque con l’idea di una riforma costituzionale. A suo dire,  “nella nostra Costituzione mancano norme dirette a garantire la piena capacità di decisione dell’ordinamento per ragioni storiche”. Infatti, all’indomani del conflitto mondiale, le due coalizioni politiche, Partito Comunista e Partito Socialista da una parte e Democrazia Cristiana dall’altra, “nutrono sfiducia nell’altrui capacità di rispettare le regole della democrazia”. Inoltre i partiti hanno una grande legittimazione, avendo guidato il Paese alla liberazione e avendolo governato durante la fuga dei Savoia. Per queste ragioni dunque il governo politico viene affidato ai partiti senza la formulazione di precise regole costituzionali.

Concentrandosi sulla riforma costituzionale, Violante afferma che gli obiettivi di fondo sono tre: stabilità, rapidità e garanzie.

“Stabilità perché soltanto la Camera dei Deputati dà la fiducia; rapidità perché il procedimento legislativo è per il 95 % dei casi circa monocamerale; garanzie per l’introduzione del referendum propositivo e il ruolo della minoranza parlamentare”.

Violante riporta a sostegno della sua tesi un po’ di numeri: “attualmente il Senato tiene le leggi ordinarie in prima battuta per 300 giorni in media e quando in seconda battuta per 200 giorni in media. Con la Riforma può tenerle al massimo 40 giorni: la Camera legifera, il Senato ha 10 giorni per richiamare la legge e entro 30 giorni successivi si deve pronunciare; dunque il voto definitivo aspetta alla Camera”.

Parla poi della possibilità per le minoranze parlamentari di proporre nell’immediato davanti alla Corte le decisioni sulla costituzionalità delle leggi elettorali, ragione per cui “se il referendum avesse esito positivo le opposizioni potrebbero proporre il testo dell’Italicum alla Corte Costituzionale”.

A ciò si aggiunge, inoltre, che è introdotto il referendum propositivo, “per cui i cittadini possono presentare una proposta, su cui obbligatoriamente il Parlamento deve pronunciarsi”.

L’ex presidente della Camera conclude poi con l’invito di votare non sui partiti, non su Renzi, bensì sulla riforma in quanto “in democrazia ogni scelta ha la sua sede e in questo caso la questione riguarda il Paese in cui vogliamo vivere: se è quello attuale è conveniente votare no, se è un Paese più rapido, stabile e garante dei diritti dei cittadini, è necessario votare sì”.

La parola passa poi a Gaetano Guagliariello, che ammette di aver fatto tutto il possibile per votare sì, non riuscendoci.

Cerca allora di riavvolgere il filo dell’attuale legislatura: torna al 2013, quando, durante l’elezione del Presidente della Repubblica, si ha la bocciatura di Prodi e sembra che nessuno abbia i voti. “È evidente che si sta bloccando il meccanismo istituzionale, ragione per cui nasce la necessità di una ricandidatura di Napolitano”. In questa situazione, “nasce una proposta: rafforzare le basi comuni del Paese, scrivendo delle regole insieme”, che mirano all’aggiornamento di una Costituzione vecchia 70 anni.

Analizzando il contenuto della riforma, Quagliariello sostiene che sicuramente essa fa perdere equilibrio sia dal punto di vista del metodo che del merito.

Sul metodo, a suo dire, “nessuno ha diritto di veto e inoltre, la norma vuole che quando si cambia un testo costituzionale per un terzo la riforma sia votata da uno schieramento ampio e non solo dal governo”. Essendo quello in cui si scrivono le leggi l’unico momento in cui si dovrebbe cooperare, Quagliariello riconosce che il governo abbia appositamente fatto di tutto per non superare le divergenze con le opposizioni, dividendo il Paese.

Passando al merito, pone l’accento sui tre temi di Violante. Dice che non si supera il bicameralismo, poiché rimangono sia la Camera che il Senato. Quest’ultimo ha il collegamento con l’Europa, che Quagliariello definisce “improprio”, essendo il Senato eletto indirettamente e svuotato del potere di dare la fiducia. Inoltre “si registra anche una complicazione del processo di formazione della legge: se oggi la legge si fa in un solo modo – quello del ping pong, come vi è stato detto negli spot televisivi -con la riforma ci saranno 11 differenti modalità di legiferare”.  In aggiunta, a giudicare saranno i presidenti di Camera e Senato, che nel caso in cui in disaccordo, possono creare conflittualità istituzionale di tipo orizzontale, tra Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, che si va ad affiancare a quella di tipo verticale tra Stato e regioni.

Riguardo alla stabilità, egli sostiene che la si ottiene non legando alla riforma costituzionale la legge elettorale bensì staccando l’esecutivo dal legislativo o introducendo nell’ordinamento la sfiducia costruttiva, tipica dell’ordinamento tedesco. “Chiaramente poiché la riforma non fa né l’una né l’altra cosa, affidandosi unicamente alla legge elettorale, non riesce nel suo obiettivo di rendere il Paese più stabile. Sarebbe stato più opportuno che fosse elaborata dapprima la riforma costituzionale e poi la legge elettorale, in modo che essa si equilibrasse alla prima”.

Successivamente Quagliariello, membro della Commissione dei Saggi assieme a Luciano Violante, ricorda che l’idea da cui si è partiti in termini di riforma costituzionale nel 2013 è quella di avere una Camera delle Regioni, ossia “una camera di compensazione, in cui Stato e Regioni si incontrano, prefiggendo i limiti di una e dell’altra”. Sostiene che non si ha un Senato di questo tipo con la riforma attuale, in quanto la rappresentanza rimane politica e non diviene organica: “è chiaro che il senatore grillino del Veneto voterà in base alle direttive del partito e non a quelle di Zaia”.

E’ inoltre secondo l’ex ministro una riforma poco chiara: “non troviamo le Province, troviamo al loro posto le città metropolitane, che sono un mistero glorioso, poiché è incomprensibile cosa debbano fare. E poi gli enti di area vasta. Ovviamente non è la Costituzione che deve dettarlo, ma sarebbe opportuno ci fosse una indicazione di cosa effettivamente siano”.

Quagliariello conclude, dunque, con un’importante considerazione: “non credo che questa riforma sia una schifezza, come ha invece sostenuto Cacciari; la ritengo sbagliata nel merito e nel metodo, motivo per il quale voto no, pur avendo fortemente voluto una riforma costituzionale”.

A Quagliariello risponde Violante, che afferma che il bicameralismo si supera poiché non riguarda il problema delle leggi, ma l’indirizzo politico. “Quando un sistema è bicamerale, l’indirizzo politico, ovvero il voto di fiducia, vale tanto alla Camera quanto al Senato. Questa riforma prevede che solo la Camera dei Deputati abbia tale potere, essendo espressione della sovranità popolare. Poiché invece il Senato è eletto indirettamente, è spogliato di voto di fiducia”.

Ritornando sulla questione lanciata da Quagliariello secondo cui il Paese è diviso, Violante sostiene che i grandi Paesi sulle grandi scelte si dividono sempre: “se vince il sì, la questione è come attuare e realizzare questo progetto; se vince il no l’Italia si preclude la possibilità di riforme costituzionali per un periodo più o meno lungo, considerando che tra un anno si entrerà in campagna elettorale”.

Critica poi i giuristi contemporanei, che hanno espresso duri giudizi sulla riforma. Lo hanno fatto, secondo Violante, “perché abituati ai principi e alle regole del testo costituzionale e non alle parole nuove,  alla grammatica nuova, ai principi nuovi della riforma. I giuristi guardano indietro, ma un sistema politico si cambia solo se si guarda avanti con il coraggio di costruire.”

Quagliariello ribatte, ricordando che l’unica cosa da respingere è che il cambiamento sia buono in sè, ammettendo che vede uno spiraglio solo se la riforma sarà staccata dal destino del governo.

La conferenza giunge quasi al suo termine: Alessandra Moretti, dunque, interviene. Dice di apprezzare che Renzi si assuma la responsabilità delle sue azioni, “poiché essendo questo un esecutivo costituente – Napolitano chiese al governo l’impegno di promuovere le riforme -, è giusto che se il popolo le boccia, il responsabile vada via”.

Ammette, poi, che la riforma ha anche dei nodi negativi, che nascono dal fatto che sia frutto di un compromesso, il compromesso che d’altronde pervade la politica come “capacità di partire da punti di vista differenti e con senso di responsabilità arrivare a un punto di vista condiviso”.

Moretti chiosa infine sul tema delle grandi battaglie, che “si vincono insieme con un motivo trasversale che unisce tutti, la destra e la sinistra”. “Questo – sostiene – è lo spirito che dovremmo avere il 4 dicembre, il sentimento di sentirci costituenti”.

Così si conclude la conferenza, il pubblico evidentemente soddisfatto applaude e i relatori ringraziano.

Anche noi di Clizia, allora, teniamo a fare un invito: è quello  di abbandonare la concezione secondo cui la politica è cosa distante da noi e dalla vita quotidiana; di votare e di farlo in maniera consapevole, oculata; ma soprattutto di informarsi a prescindere, che sia per un referendum o altro, perché solo l’informazione rende padroni delle proprie scelte.

Per consultare il testo della Costituzione italiana prima e dopo il referendum: confronto.

 

Muri Roberta

 

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