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Chi emigra e poi ritorna… Il rapporto con gli amministratori e la comunità

In un mondo in cui la velocità è un valore, anche l’accessibilità alle conoscenze è notevolmente aumentata e con essa la possibilità fisica di emigrare, vivere nuove esperienze e, rapidamente, tornare nei territori d’origine. L’accessibilità quasi istantanea, la facilità di spostamento, la condivisibilità illimitata sono condizioni favorevoli che dovremmo sfruttare per mettere le nostre esperienze – idee, nuove tecniche, in generale culture – a servizio della comunità.

Chi emigra e poi ritorna – sempre più giovani, quindi per semplicità parleremo di loro – ha la possibilità di trasmettere ciò che ha imparato, ma affinché ciò avvenga occorre pensare alla modalità con cui realizzare questo delicato “passaggio” culturale.

La difficoltà proviene dal comporre un progetto in cui convergano le energie di tutti i partecipanti: i giovani, gli amministratori e la comunità.

I giovani purtroppo non hanno pienamente realizzato l’importanza del ruolo che potrebbero rivestire, se volessero. Non è, infatti, diffusa la mentalità di sfruttare i periodici rientri per condividere con la comunità nuove nozioni, esperienze o proposte che possano creare dibattito. A tal proposito è necessario un cambiamento di forma mentis nei giovani che spesso si reputano legati al paese di origine e disposti a qualunque cosa per cambiarlo. Perciò la condivisione di contenuti interiorizzati in terra “straniera” potrebbe essere la dimostrazione pratica della loro volontà.

Affinché, tuttavia, le esperienze dei giovani migranti non siano conosciute solo da pochi, è opportuno che gli amministratori li supportino. Per farlo, dovrebbero dar loro, spazio, ascoltando le loro proposte (come quelle di ogni cittadino) e promuovendo l’importanza del loro ruolo nella comunità.

La comunità completa il mosaico del “passaggio” culturale. Questa dovrebbe accogliere i contenuti proposti dai giovani non come la soluzione a tutti i problemi esistenti, bensì come l’occasione per discutere e instaurare un dibattito costruttivo, che non è detto migliori effettivamente la situazione. Ovviamente è compito dell’amministrazione e dei giovani creare il contatto con la comunità tramite contenuti appropriati che possano far sorgere curiosità e interesse.

Dunque quando parliamo di giovani studenti emigranti che lasciano le loro comunità abbiamo due possibilità: una distruttiva e una costruttiva.

Ogni volta che qualcuno si separa dalla sua comunità sottrae le sue energie e le sue capacità a quest’ultima e le trasferisce alla sua nuova realtà. Inoltre se al suo ritorno non condividerà le sue esperienze, la comunità continuerà a usare strumenti, metodi operativi e tecniche che spesso fondano la loro validità unicamente sull’abitudine – “si è sempre fatto così”. E’ la possibilità distruttiva. Appare evidente come una conoscenza stabilita sulla consuetudine non sia obbligatoriamente errata, ma rischia di essere autoreferenziale, impenetrabile alle influenze esterne, in una parola: immutabile.

Se scegliamo la possibilità costruttiva, invece, ogni membro della comunità al suo ritorno avrà l’occasione per condividere ciò che ha imparato affinché strumenti, metodi operativi e tecniche non siano validi per consuetudine, ma perché confrontati con altri “modi di fare” hanno dimostrato la loro utilità.

Quindi il lento e difficile miglioramento può avvenire solo se siamo disposti a mettere in discussione la nostra cultura, se siamo accoglienti verso il “diverso” e le sue proposte; ricordandoci che cambiamento non è sinonimo di miglioramento, ma confronto è sinonimo di civiltà.

 

Caiazzo Francesco e Muri Roberta, Clizia

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