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La memoria storica: un prodotto di mercato, effimero come gli altri

Quando si parla di storia, i percorsi della memoria collettiva, istituzionale hanno sempre un che di arbitrario (deliberato) che meriterebbe di per sé una riflessione più approfondita. Le guerre sono tutte nel loro complesso orribili, eppure del Primo conflitto mondiale noi ricordiamo “d’istinto” le immani carneficine tra le trincee, del Secondo selettivamente il piano di sterminio del popolo ebraico.

È percezione diffusa infatti che la guerra che ha spaccato in due il Novecento e l’intero mondo consista innanzitutto in quello sciagurato progetto nato – come quasi sempre accade – dal fondo oscuro della coscienza individuale e collettiva del popolo (tedesco) per trovare poi autorevoli e parascientifiche giustificazioni di intellettuali e mondo accademico (teorie della razza, Heidegger etc.).

Quella di questi fatti è certamente una memoria preziosa, sostanziata di spirito civico e di sana tensione etica (anche se personalmente nutro più di un dubbio che la disponibilità pronta nella nostra coscienza delle deportazioni forzate, dello sfruttamento disumano, dello sterminio “tecnologico” possa guarire l’uomo dalla sua bestialità).

Il fatto perciò che questa memoria risulti oggi sempre più opaca, sempre più nominale costituisce senza dubbio un problema, sulle ragioni del quale è opportuno soffermarsi, senza troppo sorprendersi se poi tra queste figurasse la stessa arbitraria (deliberata) centralità attribuita a un evento sempre più decontestualizzato, un evento-emblema scivolato in quanto tale fuori dal dominio della storia propriamente detta.

A me pare, semplificando, che tre siano i motivi fondamentali di questo fenomeno, che potremmo definire della saturazione o della insignificanza della memoria.

Il primo, ormai ovvio, è l’inflazione mediatica e commemorativa di quella barbarie: l’industria editoriale e cinematografica continua ad attingere a piene mani a un serbatoio delle memorie e delle testimonianze che non può che essere virtualmente infinito, nel momento in cui si decide di perlustrare i più riposti anfratti di vicende individuali che purtroppo e drammaticamente tutte un po’ si somigliano, fino all’indifferenziazione e – appunto – all’insignificanza.

Di fatto quello della Shoah (anche questo un termine-icona, dietro al quale la storia scorre incompresa) è diventato oggi un prodotto di consumo, e in quanto tale obbedisce alle logiche (la cui disumanità Pasolini fu solo il più netto e il più lucido a denunciare) socio-economiche che ne governano l’esistenza, la promozione, la fruizione.

Meccanismi che nulla hanno a che vedere con l’analisi storica, con l’elaborazione politica e con la sensibilizzazione etica hanno a tal punto riempito l’immaginario collettivo delle scene orribili dei campi di sterminio, della sopraffazione e del dominio animalesco dell’uomo sull’uomo che tutto questo è per noi oggi familiare, irrinunciabile, fa parte del nostro panorama mentale non come un elemento estraneo che suscita domande, ma come qualcosa che è sempre stato lì, – mi rendo conto, è terribile dirlo – come un oggetto naturale.

Ci sarebbe semmai da chiedersi come mai un “prodotto” consumistico di questo genere abbia ancora tanta attrattività da movimentare l’industria (pseudo-) culturale.

Banalizzerò, ma mi viene in mente il naufrago di Dante che giunge insperatamente sano e salvo alla riva, “si volge a l’acqua perigliosa e guata”: è dolce (“suave”), aveva detto ancor prima Lucrezio, la sensazione dello scampato, di chi con la terra solida sotto i piedi vede un altro in balia del mare in tempesta.

In altre parole, abbiamo bisogno di guardare in retrospettiva – o spazialmente dislocati, come si verifica oggi con i profughi di Asia e Africa – l’abominio, ma non vogliamo interrogarci sulle sue ragioni; e l’industria (pseudo-) culturale ne approfitta.

Ne approfitta in modo cinico, come è nel suo codice genetico, non solo sfornando volumi e volumetti di variazioni sul tema della testimonianza a firma di giornalisti e pubblicisti “tuttologi”, ma svolgendo una martellante attività di marketing nelle scuole, particolarmente appetibili per il numero di potenziali acquirenti e per il torpore acritico e burocratico di tanta parte dei docenti.

È un fatto però che la coscienza del superstite è di tipo emotivo e individualistico: il fenomeno per lui avviene “magicamente”: una volta scampato, o graziato dal “dio” della storia che gli ha concesso di vivere in tempi più felici, per lui non c’è tanto motivo di indagare, quanto di gioire.

È evidente a chiunque che non si può in questo caso parlare di memoria, che richiede invece comprensione dei meccanismi complessi di un fenomeno, non escluse le responsabilità insospettabili di chi si è tenuto da parte, di chi non ha capito, persino di chi è stato vittima, per non parlare di chi ha tratto e trae vantaggio dalla semplificazione e dalla strumentalizzazione.

Veniamo così al secondo fattore, che grossolanamente definirei ideologico e politico. La storia data in concessione alla pubblicistica di mercato, la ricostruzione emotiva dei fatti per emblemi e icone, come abbiamo visto, non produce memoria, direi piuttosto piatte generalizzazioni e credenziali “mitiche” che fanno massa ideologica diffusa, ma che tanto estranee sono ai cantieri sempre aperti della vera storia: tutti i tedeschi, tutti gli ebrei, tutti i fiancheggiatori degli uni, tutti gli eroici protettori degli altri, tutti gli “ignavi” per convenienza, per viltà, per pura ignoranza e grettezza d’animo.

Questo scadimento della memoria collettiva a spettacolo apotropaico o a schema mitico agisce motu proprio o è in qualche modo agito? Meglio, per evitare sospetti complottistici: davvero questi processi non possono essere governati (la scelta del verbo non è casuale)? Oppure, senza tanti riguardi: forse essi ci appaiono così proprio perché così sono governati?

Insomma, la semplificazione (sempre strumentale), la riproduzione seriale delle stesse terribili immagini (in un’epoca in cui l’immagine è di per sé garanzia di verità assoluta, tale da rendere inutile l’indagine storica), l’assenza (conseguente) dal proscenio dell’informazione di storici “militanti”, che interesse, che memoria viva possono sollecitare se non quella svagata attuale, di tipo emotivo e istituzionalmente commemorativo?

Si consideri infine – ed è il terzo punto di questa riflessione – che il consumatore di questa pretesa produzione (pseudo-) storica non è mai un’invariante del sistema consumistico, anch’esso ha sviluppato degli anticorpi, anche se inconsapevolmente: di fronte a una memoria trattata dagli agenti del mercato (pseudo-) culturale come prodotto da promuovere con tecniche di marketing massive, il consumatore istintivamente diffida, si ritrae, in questo caso “si distrae”. Vede ma non metabolizza, almeno non più.

E fa bene, perché la verità corre sempre un passo avanti a noi. Una domanda che, per esempio, continuo a pormi riguarda i celebri “miti carnefici” immortalati da Montale nella Primavera hitleriana (La bufera e altro, 1956): perché comuni commercianti, lavoratori umili come un macellaio o un venditore di giocattoli sono stati conniventi con guerrafondai e pianificatori di massacri e genocidi come Hitler e Mussolini?

Sono certo che l’attenzione e la memoria acquisterebbero rinnovato vigore se venissero focalizzate, contrariamente a quanto si continua a fare tuttora, sulle testimonianze di queste persone normali – né vittime né persecutori -, e non solo tedesche o ebree, ma anche italiane, ungheresi, polacche etc. È il meccanismo del consenso che va studiato con attenzione, al di là della romanzesca riduzione di uno dei più grandi drammi del secolo scorso alla matrice mitica ed emotiva (quando non strumentalmente ideologica) delle forze del Bene contrapposte a quelle del Male.

Ritengo quindi oggi necessario e urgente che lo storico applichi la sua lente soprattutto ai “miti carnefici”, ci inviti a guardare in essa contemporaneamente i nostri bisavoli e trisavoli e l’immagine potenzialmente – e malauguratamente – specchiata di noi stessi, così che la storia venga liberata dalle pastoie del mercato e delle comode strumentalizzazioni, che è come dire delle semplificazioni mitiche e emotive che minano la sua autorevolezza e, con essa, il valore della memoria come strumento di autentico progresso umano.

 

Gatto Davide

dg.sette15@gmail.com

 

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