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La Narrativa della Crisi: una finestra sull’America di Trump

L’America di provincia che Jonathan Franzen racconta in Libertà (Einaudi, 2011) sembra vivere degli stessi ritmi e costumi della serie televisiva Desperate Housewives, sembra essere intrappolata nelle stesse atmosfere isteriche: un quartiere residenziale con isolati e isolati di villette a due piani, dove tutti si conoscono e ogni pettegolezzo viene grottescamente diffuso, amplificato ed infine smorzato, fino a lasciarlo sedimentare nel quasi-dimenticatoio. Il primo capitolo del romanzo, che non a caso si intitola Buoni Vicini, riprende strutturalmente questo schema: le vicende della famiglia Berglund sono introdotte a poco a poco dai vicini di casa, e lo stesso narratore esterno non può che fare i conti con le loro opinioni e congetture per presentarli.
L’incipit del libro mostra da subito la situazione dei Berglund come già deteriorata, e sebbene sia necessario giungere oltre la metà del romanzo per ricongiungersi con questo momento, i capitoli iniziali sono determinanti per comprendere l’immagine spiazzante che Franzen offre della sua America.

“Le notizie su Walter Berglund non vennero riprese dalla stampa locale — lui e Patty si erano trasferiti a Washington due anni prima, e ormai non contavano più niente per St Paul —, ma la nuova borghesia urbana di Ramsey Hill non era così leale alla propria città da non leggere il «New York Times». Secondo un lungo e assai poco lusinghiero articolo del «Nyt», Walter, nella capitale della nazione, aveva mandato a rotoli la propria vita professionale. I suoi vecchi vicini avevano qualche difficoltà a conciliare la descrizione del quotidiano («arrogante», «tirannico», «eticamente compromesso») con l’uomo generoso, sorridente e rubicondo dei loro ricordi, l’impiegato della 3M che risaliva Summit Avenue sulla sua bici da città nella neve di febbraio; sembrava assurdo che Walter, più verde di Greenpeace e cresciuto in campagna, fosse finito nei guai per connivenza con l’industria del carbone ai danni dei contadini. Ma nei Berglund, d’altra parte, c’era sempre stato qualcosa che non andava.”

Il fulmine a ciel sereno che colpisce il risveglio di Ramsey Hill è esattamente lo stesso che ha colpito l’intera America all’indomani della vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali; trascurata l’elettricità nell’aria dei tempi passati, gli Stati Uniti hanno fatto grande fatica nel riconoscersi negli aggettivi e nelle descrizioni con cui sono stati descritti dai giornali di tutto il mondo (e sono scivolati nel vortice di polemiche, ire e proteste che acutizza ancora di più la scissione tra l’immagine di sé che si vuol mostrare e ciò che si è veramente). Le analogie tra l’opera di Jonathan Franzen e l’America di Trump non finiscono qui: il post-shock è accompagnato da una riflessione comune che è, sebbene su scale differenti, sostanzialmente la stessa. “Sono stati commessi degli errori” – questo è infatti il titolo del secondo capitolo del romanzo, in cui, su suggerimento della sua psicanalista, Patty Berglund racconta le origini e lo sfascio del suo matrimonio.

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Copertina del Time di agosto 2010, dedicata allo scrittore Jonathan Franzen

Libertà è una finestra attraverso la quale si vede l’America, e non può che comparirne un’immagine drammaticamente compromessa. Walter Berglund accetta di trasferirsi da Ramsey Hill a Washington D.C. al fine di realizzare il suo progetto ambientalista di creare un’oasi protetta per una specie di uccello in via di estinzione; per portare avanti il piano dovrà acconsentire alla pratica del Mountain Top Removal del suo mecenate, un miliardario facente parte dell’industria del carbone. Dopo aver difeso il proprio progetto dagli attacchi di giornalisti e associazioni ecologiste “dure e pure”, Walter si renderà conto di essere rimasto ingabbiato dentro un sogno che non è più il suo, e deciderà di ritirarsi in solitudine in riva a un lago. In questo senso, i due figli dei Berglund sembrano estremamente più coerenti: hanno superato l’intransigenza dei genitori in nome di una convinta concretezza, che tuttavia non si traduce in una mancanza di desiderio o aspirazioni. (È curioso constatare che i genitori di Libertà siano coetanei dei figli di Le Correzioni – in questo romanzo è lo svincolarsi dei quarantenni dagli insegnamenti rigorosi dei loro genitori a produrre la crisi familiare).

La domanda finale che Libertà lascia sospesa è la stessa di Eccomi di Jonathan Safran Foer (Guanda, 2016): come è possibile nel mondo attuale assolvere ai nostri doveri di padri, di mariti, di figli, di lavoratori, prestando allo stesso tempo fedeltà a noi stessi? Nello splendido libro di J.S. Foer (anch’esso un romanzo familiare) è sempre presente il filo rosso che ha accompagnato le sue precedenti opere di narrativa (Ogni cosa è illuminata; Molto forte, incredibilmente vicino): l’identità; identità trovata facendo i conti a eventi storici tragici (come l’Olocausto, l’Undici Settembre e lo scoppio di una guerra in Israele), ma che fornisce una via di fuga dall’inquietudine esistenziale.

Eppure, nonostante i sintomi siano stati raccontati e la diagnosi – per quanto spiazzante – sia stata emessa, la vittoria politica nonché egemonia culturale di Trump appare ancora come un fenomeno inspiegabile, il filosofo Massimo Cacciari suggerirebbe che «non vi è carenza di idee, manca la capacità di tramutare le idee in prassi», e che quindi ogni analisi sociale risulti in fin dei conti vana, inattuata e inattuabile. Il caso scaturito dall’affermazione di Philip Roth ne è un esempio lampante: «È ignorante del governo, della storia, della scienza, della filosofia, dell’arte; è incapace di esprimere o di riconoscere sottigliezze o sfumature, privo di qualunque decenza e in possesso di un vocabolario di settantasette parole che sarebbe meglio chiamare Stupidario piuttosto che Inglese». In altri tempi un giudizio talmente tranchant quanto quello espresso dal grande scrittore americano su Donald Trump avrebbe, se non completamente ammaccato, quantomeno scalfito la reputazione del neopresidente degli Stati Uniti d’America agli occhi di molti suoi sostenitori; il poco – e unidirezionale – clamore scaturito dalla sua asserzione è diventato invece la fotografia più rappresentativa della nuova situazione culturale americana: per chi ha votato Trump, la voce di Philip Roth sembrerà semplicemente l’ennesimo piagnisteo di un vecchio liberal, di uno scrittore lontano dal mondo che si nutre del proprio autocompiacimento nella sua torre d’avorio. La più grande vittoria di Trump e dei simil-Trump è stata infatti quella di aver contrapposto l’intellettuale al popolo: paiono lontanissimi i lustri tra gli anni novanta e i primi anni duemila, quelli della loro coesione nel nome di valori come lavoro, libertà, democrazia e internazionalità. Col passare degli anni, la corrispondenza d’amorosi sensi tra popolo e intellettuali si è incessantemente affievolita: i primi si sono ritrovati innanzitutto impoveriti dalla Grande Recessione incominciata nel 2008 e che ancora non concede tregua, nonché esclusi ed emarginati a causa delle politiche di globalizzazione e decentramento industriale, mentre i secondi sono stati percepiti sempre più distanti, fino a essere considerati come una vera e propria élite. È stata quindi alimentata la sfiducia in quello che per decenni ha costituito l’enorme potenziale dell’intellettuale : la “possibilità di scandalo” delle sue parole. E, come sottolinea il giornalista Michele Serra, per quanto un filosofo così importante come lo sloveno Slavoj Žižek deplori che «le élite intellettuali» americane si prendano gioco dei poveri che hanno votato per il miliardario Trump, persiste l’interrogativo di come si possa convivere con l’energumeno che considera “casta” un professore universitario, e non Trump e il suo governo di banchieri.

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Donald Trump, 45° presidente degli Stati Uniti d’America

Ed infine, tra i quesiti e le attese che il sorprendente quadriennio trumpista ci offre, non ne mancano di piacevoli e divertenti – per fortuna. Un gioco curioso che si inserisce nel panorama americano può diventare quello di fantasticare il nuovo film di Quentin Tarantino. Gli ultimi anni di presidenza Obama sono stati caratterizzati da una crescente tensione sociale e razziale, e infatti il regista americano ha deliziato il pubblico con due film di assoluto peso sociale: Django Unchained e The Hateful Eight (il primo film è ambientato nell’America schiavista, il secondo racconta un’America post-guerra civile in cui le tensioni tra nordisti e sudisti, e anche tra neri e bianchi, non sono ancora del tutto risolte).

“Tu non hai alcuna idea di cosa vuol dire essere un nero e dover affrontare l’America: le uniche volte in cui un nero è in salvo sono quando l’uomo bianco è disarmato”, dice il maggiore Marquis Warren in The Hateful Eight.

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Il maggiore Marquis Warren, interpretato da Samuel L. Jackson, protagonista del film di Quentin Tarantino The Hateful Eight

E così, allora, forse basterà davvero aspettare un nuovo straripante film di Tarantino per conoscere gli Stati Uniti di Trump e – per quanto possiamo immaginare –  il materiale non mancherà.

Vito Ladisa

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