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Gli Alberi della speranza

Un elenco interminabile di nomi è stato il risultato della ricerca che il 23 maggio 2017 ho cominciato a fare: un elenco di nomi di vittime di mafia. La parola chiave della ricerca coincide con un nome: Emanuele Basile. Siamo nel maggio 1980 ed è da lì che tutto ha inizio.

Non importava l’età, aveva solo 30 anni, non importava il fatto che avesse in braccio la figlia di 4 anni, i tempi erano maturi e con violenza bisognava agire. Fin dove si era spinto il capitano Basile? Aveva indagato, aveva fatto il suo dovere ed era giunto lì, lì dove non poteva né doveva sapere.

Allora la mafia ebbe paura e uccise. Si tratta di una storia che si è ripetuta tante, troppe volte: nel 1983 morì il giudice Rocco Chinnici, nel 1985 toccò al commissario Ninni Cassarà, sino a giungere al 1992. Il sangue coprì quella “terra bellissima e disgraziata”. Finalmente, però, si ebbe consapevolezza, si cominciò a parlare di “mafia”, un termine tanto odiato, criticato e che secondo alcuni “sporcava” il buon nome della Sicilia. In realtà era utilizzato da chi, siciliano come era, lottava per quella terra, per renderla libera.

È come se Palermo e la Sicilia tutta, però, ignorassero la diffusione del fenomeno “mafia”, quasi “intrinseco” alla società di quel tempo, tanto da rientrare nella “normalità”. Alcuni erano convinti che fosse un accanimento nei confronti della città: la mafia non esisteva, era solo un problema sociologico.

Fu ideato il pool antimafia ad opera del capo dell’ufficio istruzione Rocco Chinnici, il quale in quell’opera difficile volle al suo fianco i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Alla sua morte, a capo del pool subentrò da Firenze Antonino Caponnetto, che continuò con passione il percorso che Chinnici aveva intrapreso anni addietro. L’attività interminabile del pool portò al maxi processo, i cui giudici istruttori, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, per la preparazione degli atti utili al processo, furono costretti a lasciare la loro amata Palermo e trasferirsi per qualche tempo assieme alle proprie famiglie nella foresteria del carcere di massima sicurezza dell’Isola dell’Asinara in Sardegna, dove avrebbero potuto continuare a compiere la loro attività tranquillamente, se pur lontani dalla loro città, ormai ostile al loro operato. Infatti, paradossalmente, erano stati accusati di disturbare la quiete pubblica: qualche cittadino palermitano, pieno di inventiva, aveva proposto il trasferimento delle abitazioni dei giudici al di fuori della città per evitare che i loro spostamenti, che avvenivano a sirene spiegate, potessero causare inquinamento acustico.

Il 10 febbraio 1986 nell’aula bunker del carcere palermitano dell’Ucciardone, costruita appositamente, ebbe inizio il maxi processo. Gli imputati erano 475 e i pentiti, punto di forza del processo, 21. Si concluse il 16 dicembre del 1987 e il 30 gennaio 1992 anche la Corte di Cassazione si pronunciò, confermando i 19 ergastoli, i 2665 anni di reclusione e rivalutando le assoluzioni. A quell’organizzazione fu dato un nome: Cosa nostra. Con il maxi processo, questa subì un colpo devastante, parte dell’organizzazione fu smantellata. Ormai vi erano in gioco troppi interessi, serviva il tritolo.

Torniamo ad oggi, è il 25 esimo anniversario della morte del giudice Paolo Borsellino e dal momento di quella ricerca sono trascorsi 57 giorni, gli stessi in cui Borsellino dovette continuare a lottare da solo. Sapeva che il suo momento sarebbe giunto di lì a poco, ma il suo lavoro e quello lasciatogli in eredità dal collega e amico Giovanni Falcone avevano un valore inestimabile, quindi non si sottrasse e per questo cominciò ad essere definito “il giudice condannato a morte”. Anche questa volta l’epilogo fu lo stesso: un caldo pomeriggio di una domenica d’estate, un’auto imbottita di esplosivo, un rumore assordante, la fine.

“È finito tutto”, disse il giudice Caponnetto dopo l’ultimo attentato e queste furono le sue uniche parole. L’esplosivo cancella tutto, lascia morte e distruzione, priva di dignità e di rispetto. Ma tutti questi chili di tritolo e tutte le pallottole utilizzate per far tacere le bocche scomode non sono stati sufficienti. Cosa Nostra ha, sì, mostrato la sua forza, ha dimostrato “chi comanda”, ma l’obiettivo per cui tanti eroi hanno lottato è stato comunque raggiunto: le coscienze sono state smosse e quel “movimento morale e culturale che coinvolgesse tutti soprattutto le giovani generazioni, le più atte a sentire il fresco profumo di libertà, […]” di cui il giudice Borsellino parlava durante la fiaccolata a seguito dell’uccisione di Falcone, si è creato. Un fiume di giovani si schiera ogni giorno contro la mafia al fianco di queste grandi personalità che con le loro idee, seppur ormai siano trascorsi 25 anni, guidano, anche se da lontano, quella lotta per cui hanno perso la vita. Esempi da seguire per dedizione e impegno sono tutti coloro che si sono esposti, nascondendo la paura, indipendentemente dal ruolo rivestito, quelli che hanno perso la vita e coloro che hanno partecipato a quella lotta e che soprattutto, cogliendo il senso dell’operato dei predecessori, continuano a lavorare per combattere queste organizzazioni.

Lì dove esattamente 25 anni fa c’è stata quella devastante esplosione, ora sorgono un albero d’ulivo ed una lastra di marmo scuro su cui ci sono i nomi delle vittime, le cui iniziali creano una parola: PACE. Altro simbolo della pace è l’albero piantato in via Notarbartolo, dove abitava il giudice Falcone e al quale, dunque, è stato dato il nome “l’albero Falcone”. Non bisogna dimenticare, non si possono dimenticare tutte le indagini e i processi che si sono susseguiti nel corso degli anni per affidare l’effettivo colpevole alla giustizia. Tuttavia un velo di mistero ricopre queste vicende: l’agenda rossa scomparsa a seguito dell’esplosione, la trattativa Stato-mafia, gli ostacoli posti all’attività dei giudici.

Ma gli alberi rappresentano la speranza, che come i rami in cerca del sole non si arrende mai e trova strade alternative pur di raggiungere l’obiettivo.

Come quel 25 giugno del 1992 nella biblioteca comunale di Palermo, un lungo plauso va a chi ha combattuto, a chi combatte e a chi combatterà anche nel proprio piccolo a questa eterna battaglia.

Con speranza nel futuro, in un futuro diverso.

 

Muri Emanuela

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