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Il drago nel deserto: “Open” di Andre Agassi

Lo schema che si è soliti immaginare quando si discute delle autobiografie corrisponde grossomodo alla trama dell’acclamata serie tv animata BoJack Horseman: una star in declino e prossima al dimenticatoio attraverso la propria autobiografia progetta di rinverdire la propria fama, assoldando a questo scopo un prezzolato ghostwriter.

Se spesso la celebrità riacquistata è effimera e sbiadisce man mano che tanto il tour di presentazioni nelle librerie quanto le ospitate televisive terminano, il successo editoriale – o quantomeno un solido risultato di vendite – è garantito da un granitico gruppo di ammiratori che o si precipita ad acquistare il libro o che lo riceve in regalo alla prima occasione utile.

Le autobiografie sono redditizie: difficilmente falliscono, altrettanto raramente esaltano. Sono soprattutto i memoir degli sportivi ad incorrere maggiormente nel rischio di rivelarsi deludenti, ripetitivi e poco stimolanti. Il motivo prova a spiegarlo David Foster Wallace nel saggio Come Tracy Austin mi ha spezzato il cuore¹ (1994): «Di solito i grandi atleti si rivelano straordinariamente negati a parlare delle qualità ed esperienze che costituiscono il loro fascino. Per me tuttavia la domanda importante è perché questo fatto sia sempre una delusione tanto amara. E perché continui a comprare autobiografie sportive con aspettative che per esperienza avrei dovuto modificare già da tempo… e perché mi senta quasi sempre arrabbiato e frustrato quando le finisco. Una possibile risposta è che le autobiografie commerciali come questa promettono qualcosa che non possono dare: accesso personale e verbale a un tipo di genio intrinsecamente pubblico e performativo. […] Forse se continuiamo a comprarli nonostante la puntuale delusione è per via di una profonda compulsione sia a fare esperienza del genio nel concreto che a universalizzarlo in astratto. Il genio vero, quello indiscutibile, è così impossibile da definire, e la vera téchne così raramente visibile (e ancora meno tele-visibile), che forse ci aspettiamo che chi è un genio come atleta sia un genio come oratore e scrittore, che sia eloquente, sensibile, sincero, profondo. Se ci aspettiamo solo che i geni-in-movimento siano anche geni-in-riflessione, allora il fatto che non lo siano dovrebbe sembrare più crudele o più deludente della mascella di vetro di Kant o dell’incapacità di Eliot di colpire una palla curva».

Per quanto quindi il genere commerciale dell’autobiografia sembri viaggiare comodamente su un sentiero di salda interessante banalità, a volte regala opere non solo estremamente accattivanti ma di straordinario valore umano e artistico. È il caso di Open del tennista Andre Agassi² (il ghostwriter che ha raccolto e organizzato ore di registrazioni vocali è J.R. Moehringer, la casa editrice per l’Italia è Einaudi, la traduzione è di Giuliana Lupi, l’anno di pubblicazione è il 2009).

Open è un magnifico esempio del tanto evocato Grande Romanzo Americano, riesce a sedersi al tavolo dei classici Moby Dick, Il Grande Gatsby, Pastorale Americana, ecc. e ad affermare con orgoglio la propria identità. Incarna alla perfezione il ciclo Fatica, Successo, Declino, Risalita, Maturità che ha reso grande e universale l’epos statunitense.

Il libro ci cattura fin dal prologo – intitolato “La Fine” – grazie alla grande rivelazione che è con ogni probabilità il nucleo del libro: «Odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l’ho sempre odiato». La mente del lettore è tanto presa quanto frastornata. Agassi e Moehringer possono già essere certi che il lettore non li abbandonerà per le successive  quattrocentonovantadue pagine.

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Un piccolo Andre Agassi si allena nel campo di casa, a Las Vegas

Il vero e proprio incipit è indimenticabile: « Ho sette anni e sto parlando da solo perché ho paura e perché sono l’unico che mi sta a sentire. Sussurro sottovoce: Lascia perdere, Andre. Posa la racchetta ed esci immediatamente da questo campo. Entra in casa e prenditi qualcosa da mangiare. Gioca con Rita, Philly o Tami. Non sarebbe magnifico, Andre? Semplicemente lasciar perdere? Non giocare a tennis mai più?  Ma non posso. Non solo mio padre mi rincorrerebbe per tutta la casa brandendo la mia racchetta, ma qualcosa nelle mie viscere, un qualche profondo muscolo invisibile me lo impedisce. Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi, non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita». Siamo subito trasportati nella Las Vegas degli anni Settanta, dove in una villetta in mezzo al deserto hanno luogo i disumani allenamenti del giovane Andre Kirk Agassi sotto lo sguardo dell’inflessibile padre Mike, un iraniano ex olimpionico di pugilato. Il nemico che tormenta i sogni e la veglia del piccolo Agassi è il “drago sputa-palle”, una macchina creata dal padre che gli spedisce velocissime palle da rimandare oltre la rete. «Papà dice che se colpisco 2.500 palle al giorno, ne colpirò 17.500 alla settimana e quasi un milione in un anno. Crede nella matematica. I numeri, dice, non mentono. Un bambino che colpisce un milione di palle all’anno sarà imbattibile».

I successi infantili dolorosi e quasi automatici lo conducono alla prestigiosa accademia di Nick Bollettieri, abbronzatissimo allenatore e creatore di campioni come Boris Becker, Monica Seles e Jim Courier. Qui c’è un punto focale della storia: AKA è privato della sua adolescenza, gli viene sottratto il tempo per costruire la propria identità. Nel dubbio, AKA indossa la maschera del ribelle completa di orecchini e Mohawk. E tuttavia il talento è dilagante: dopo aver vinto i primi tornei e disertato Wimbledon per il rigido dress code,³ è proprio sull’erba inglese che, nel 1992, Agassi ha la sua prima grande consacrazione. Fino al 1996 Agassi trionfa malinconico sul campo da tennis, fuori dal campo vive l’altalenante relazione con la stella di Holliwood Brooke Shields. È travolto dall’insensatezza della propria esistenza, e quando il matrimonio va in crisi sprofonda in un periodo di profonda depressione, durante il quale arriva ad assumere metanfetamine. Questa fase ha destato parecchio clamore nell’ambiente del tennis, in quanto Agassi ammette di aver mentito all’ATP dichiarando di aver assunto tale sostanza inconsapevolmente al fine di evitare una squalifica.

 

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Andre Agassi durante la prima fase della sua carriera

Dopo il baratro, come in ogni grande romanzo, c’è la risalita. Capitolo 20 – Agassi discute con l’allenatore se è il caso di ritirarsi o meno: «Siamo arrivati a un crocevia, questo è quanto, e sembra che ci fossimo diretti da mesi. Da anni. Fisso fuori dalla finestra il traffico di Stoccarda. Odio il tennis più che mai – ma odio ancora di più me stesso. Mi dico: E allora, a chi importa se odi il tennis? Tutta quella gente là fuori, tutti i milioni di persone che odiano ciò che fanno per vivere, lo fanno comunque. Forse il punto è proprio fare ciò che odi, farlo bene e con allegria. Odia il tennis quanto ti pare, ma devi pur sempre rispettarlo – e rispettare te stesso».

Con umiltà strabiliante un Agassi con i capelli rasati a zero riparte dai circuiti minori del mondo tennistico, i Challenger e da lì risale fino alla vetta della classifica ATP. Nel 1999 vince il Roland Garros e gli US Open, vince tre volte gli Australian Open, l’ultima nel 2003, all’età di trentatré anni. Nel 2001 si sposa con la più grande tennista della storia, la tedesca Steffi Graf. Frau 22 Slam.

Si avvicina il giorno del ritiro, che giunge dopo gli US Open 2006. Gli articoli di commiato dei giornalisti sportivi riflettono sul cambiamento di Agassi, da punk del tennis a campione padre di due figli, il classico esempio che i genitori stimolano ad emulare. Ed è in questo passaggio che risulta massimamente quanto la storia che ci racconta Agassi sia universale, quanto ci riguardi da vicino: «Diversi giornalisti sportivi riflettono sulla mia trasformazione e quella parola mi amareggia. Penso che non colpisca nel segno. La trasformazione è un cambiamento da una cosa in un’altra, ma io quando ho cominciato non ero niente. Non mi sono trasformato, mi sono formato. Quando ho cominciato a giocare a tennis ero come la maggioranza dei ragazzini: non sapevo chi ero e mi ribellavo al fatto che fossero i grandi a dirmelo. Penso che i grandi facciano sempre questo errore con i giovani, trattandoli come prodotti finiti quando in realtà sono in fieri. È come giudicare un match prima che si sia concluso e io ho recuperato troppo spesso e ho subito troppe furiose rimonte. Quello che la gente vede adesso, nel bene e nel male, è la mia prima formazione, la mia prima incarnazione. Non ho alterato la mia immagine, l’ho scoperta. Non ho cambiato vedute, le ho aperte. [….] la gente è stata indotta dai miei cambiamenti di look, dai miei capelli, a credere che io sappia chi sono. La gente ha cambiato la mia auto-esplorazione con la mia auto-espressione. Per un uomo con così tante identità sfuggenti è scioccante e simbolico che le mie iniziali siano A.K.A.». Questo brano è letteratura con la L maiuscola, questo brano ci da un assaggio di quanto sia bravo il sarto che ha confezionato quest’abito, e non è un caso che J.R. Moehringer abbia vinto il Pulitzer nel 2000 e nel 2005 abbia dato alle stampe uno dei romanzi più belli di questi decenni, Il Bar delle Grandi Speranze. Moehringer gioca la partita di Open in maniera sontuosa: la sua mente è in simbiosi con quella di Agassi e la sua penna agisce di conseguenza. Fluida.

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Andre Agassi con la moglie Steffi Graf e i loro due figli Jaden e Jaz

Uno che di narrazione – specialmente sportiva – se ne intende, il giornalista Federico Buffa, ha detto di Open: «È la cosa più bella di sport scritta negli ultimi vent’anni, basket escluso per mia deformazione professionale. Non è nemmeno questione di essere appassionati di tennis perché è un libro di vita. Lui è eccezionale nel capire che cosa deve dire di sé che possa essere compreso o esplorato da altri. Non è la solita autobiografia del campione alcolizzato che alla fine spiega come ne è uscito. È molto più sottile, ha dei rivoli di pensiero che ti obbligano a leggerlo».

Ecco, quindi, cosa rende Open differente dalle altre autobiografie che appesantiscono le mensole delle librerie: non è una semplice raccolta di confessioni, aneddoti e retroscena, non è una bacheca dei trofei quotidianamente spolverata, ma è un Bildungsroman degno de Il Giovane Holden, è un’opera di Peccato e di Redenzione, è il racconto magistrale e commovente di un ragazzo che sorpassa la linea d’ombra e diventa uomo. In fin dei conti, la superficie dei nostri idoli la conosciamo a menadito e per quanto accattivanti, le autobiografie meno coraggiose – da quelle auto-celebrative ai limiti dell’agiografia a quelle tendenti all’estremo opposto – si riducono a qualcosa di visibilmente riciclato, di già letto o già visto o già supposto, ma la letteratura riguarda la vita, non i segreti. Riguarda il lato più drammaticamente umano delle persone, i tratti nei quali riconosciamo noi stessi. La massacrante quotidianità dell’Agassi bambino ci atterrisce proprio perché va a toccare aspetti – la coercizione, le imposizioni familiari – che ci sono estremamente vicini, così come, nella paralisi che assale Agassi quando raggiunta per la prima volta la vetta della classifica ATP si interroga sul senso che ha inseguire un sogno non suo, è tanto facile quanto terribile identificarsi. E rompere l’inerzia, ripartire dai gradini più bassi, dai Challenger della vita non può che essere un’impresa da campioni.

 

Vito Ladisa

 


¹ Tracy Austin (1962) è un’ex tennista statunitense vincitrice di due US Open. La sua storia è incredibilmente interessante: raggiunge l’apice del successo ancora minorenne ed è altrettanto precoce ad imboccare il wilderiano viale del tramonto a causa di ripetuti infortuni alla schiena. All’età di 26 anni, quando sembrava essersi ripresa e pronta al ritorno nei tornei maggiori fu vittima di un incidente automobilistico che mise definitivamente fine alla sua carriera. Purtroppo però la sua autobiografia Beyond the Centre Court (1993) non lascia affatto trasparire la tragicità della sua esperienza – la fatalità quasi edipica con cui in poco tempo è proiettata dal trionfo al fallimento – preferendo indirizzare la narrazione su noiosi cliché del tipo «Martina Navratilova è una persona meravigliosa, molto sensibile e altruista» e «Anche Billie Jean King è incantevole e incredibilmente accomodante».

² Breve ed eludibile nota biografica: Andre Kirk Agassi (1970) è un tennista statunitense vincitore di 60 titoli ATP, di 8 tornei dello Slam (è uno dei pochi tennisti ad aver vinto almeno una volta i quattro tornei che compongono il Grande Slam) e dell’oro olimpico ai giochi di Atlanta 1996. È universalmente riconosciuto come uno dei più importanti tennisti della storia.

³ All’epoca AA giocava provocatoriamente in pantaloncini jeans, mentre a Wimbledon era obbligatorio un abbigliamento total white

Association of Tennis Professionals

Acronimo per “Also known as”, alias

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