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Bianche parole

Premessa: l’intenzione della rubrica è un viaggio senza meta definita, pertanto eventuali “cadute” di stile sono volute, seguendo quella famosa storia di “Forma e contenuto”, perché l’intenzione della rubrica è affrontare un viaggio piacevole e leggero. Per far fede all’ideale di leggerezza in questo viaggio nell’ideologico e nel contemporaneo sarà lasciato poco spazio alle prove scientifiche, volendo intenzionalmente stimolare il dialogo con gli eventuali lettori.

Per la lettura si consiglia l’ascolto di Mistaman, Parole.

Quando sono iniziate le interazioni sociali? Quanti anni fa? Credo tanti tanti tanti. Dapprima si è sviluppato il linguaggio, esso ci accomuna con gli animali, ma poi l’uomo ha sviluppato la parola e dagli altri animali si è distinto. La parola è esclusiva umana perché dall’uomo è stata ideata, quindi per essere precisi la discriminante uomo – animale non è la parola, bensì i sentimenti. Io non ho un animale domestico, ma studi di psicologia sperimentale (scientifica) affermano che gli animali non provano sentimenti (basta pensare agli ormoni ossitocina ed ADH che nell’uomo esprimono l’affetto e poi l’innamoramento, mentre negli animali sono coinvolti nel mero accoppiamento e poi al massimo nelle cure parentali).

Digressioni a parte, la parola non intendiamola in senso letterario, altrimenti ci ridurremo ad un suono emesso dal nostro apparato della fonazione, ma intendiamola in sensi più elevati. Tra le tante sfaccettature di significato che questo nome assume la più interessante da percorrere sta nel detto “È una persona di parola”.

Cosa vuol dire? Ovviamente indica la fiducia verso ciò che una persona ci dice, soffermando non su quanto fiato si faccia uscire dalla bocca, ma su quanto si può contare su quello stesso fiato che da lì esce. Perché dal fiato otteniamo le parole, ma dalle parole cosa vogliamo ottenere? Questo è soggettivo, ma in generale è apprezzato che dalle parole si ottengano fatti (anche questi possono essere dei più vari).

Official video di Mistaman – Parole.

Ma di fatti ce ne sono tanti, troppi, giusti, sbagliati. In base a cosa li possiamo definire? La parola ci viene in aiuto, quanto meno per i fatti che esse scaturiscono.

Quindi? Quando fatti giusti e quando fatti sbagliati? Che legge morale devono seguire?Devono seguire il principio di non contraddizione: le parole devono corrispondere ai fatti e viceversa, come afferma Hyst “Dico le cose che faccio e faccio le cose che dico” (in “Adesso parlo”). La regola d’oro è questa, se seguita su cosa sindachiamo? Sulla parola, su quanto essa sia eticamente corretta, ma assolutamente non possiamo attaccare la coerenza.

Il problema è sì chi non fa corrispondere fatti e parole, chiaramente, ma c’è di peggio: immaginate chi non parla e magari fa cose ancora una volta non moralmente corrette.   A quel punto come la prendiamo? Manca la parola, quando essa manca non c’è chiarezza.

Non c’è chiarezza in nessun senso.

 

Giuseppe Candita

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