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Un giorno il fascismo sarà curato con la psicoanalisi

“Un giorno il fascismo sarà curato con la psicoanalisi”.
Parole forti scritte da Ennio Flaiano¹ nella sua rubrica “Diario Notturno” su “Il mondo” (pubblicata nell’omonima raccolta, Bompiani, 1956) narranti di un futuro mai giunto. Un giorno che invece di avvicinarsi appare sempre più distante, quasi irraggiungibile.

Anni ed anni di inadeguato approccio al fascismo, hanno fatto sì che la nostra società non possedesse la capacità di guardare questa ed altre ideologie con occhi privi di ebrezza. Uno sguardo che accomuna nella lucidità non riscontrabile nel pensiero, e che divide nell’esaltazione politica.
Continuano imperterriti gli scontri politici dialettali e non, tra coloro che si ritengono fascisti e coloro che si ritengono antifascisti. In una suddivisione che appare fantascientifica, essendo una lotta tra legalità ed illegalità, la scelta del marziano Kunt di giungere nella nostra capitale² non appare poi così tanto distaccata dalla strana realtà che si presenta nel nostro bel paese. Una realtà fatta da chi si chiede come sia possibile che ci siano ancora dei fascisti.
L’inconsueta conoscenza storica e psicologica porterebbe alla chiarificazione della strada, non poi così lunga, che parte dalla nascita del fascismo ai giorni nostri. Un fenomeno che non si è mai realmente concluso, ma ha solo mutato forma.

Il fascismo nasce come rassicurante movimento di opposizione al disordine del Biennio Rosso, arricchitosi con la rincuorante figura del Duce, paterno rappresentate di un’amplia maggioranza della popolazione volenterosa di una semplicistica pace.
Politico incapace, Benito Mussolini riesce ad essere ciò che molti italiani desideravano, un capo famiglia in grado di addomesticare con il bastone fascista i membri della grande famiglia italiana. L’accondiscendenza italiana fu causata da un’indifferenza quasi totale alla conoscenza politica, sociale e culturale che portò moltissimi a non subire la mano punitrice poiché pronti ad inchinarsi a chi prometteva la gloria senza sforzi.
Un paternalismo senza remore verso i figli ubbidienti, riuscì ad attrarre chi si sentiva abbandonato a sé stesso, chi per sopravvivere necessitava dell’appartenenza ad un branco. La grande famiglia fascista non aveva basi politiche comuni, ma ideologiche. Di un’ideologia che raccoglieva un’amplia varietà di italiani a cui si proponeva un atteggiamento quasi cristiano. La cieca fede verso un padre, che diversamente dal padre eterno era sì onnisciente ma palpabile, a cui si affidavano tutti i poteri poiché egli aveva la risposta, egli aveva la conoscenza, egli farà ciò che i figli mortali non avranno la capacità di fare. Così l’incapacità di essere padroni del proprio destino sarà la maschera con la quale si oscurerà l’avversione all’attivismo politico e sociale.

L’antifascismo fu sempre poco organizzato a causa della repressione del regime e dalle continue divisioni interne poiché c’è sempre qualcuno più a sinistra di qualcun altro. Una reale cooperazione si presenta solo a partire dal 9 settembre 1943, successivamente all’arresto di Benito Mussolini, che vede diverse fazioni politiche unirsi nel CLN per debellare i rimasugli del regime fascista.
L’unico flebile lucernario continuo di opposizione si presenta con l’azione culturale, tramite la quale si tenta di debellare l’ideologia fascista con la cultura, atteggiamento corretto ma attingibile solo agli istruiti dotati di antifascismo attivo o passivo, ma non ai fascisti.

Successivamente al 1945 si ripresenta il testardo desiderio di ottenere una semplicistica pace tramite l’amnistia Togliatti. Il ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti, membro della PCI, nel 22 giugno 1946, presenta alla neonata repubblica italiana il picco della sua doppiezza: promulga un decreto presidenziale, l’amnistia che prenderà il suo nome. Un’amnistia che comprendeva i reati comuni ed i reati politici, quest’ultimi commessi dopo l’8 settembre ’43, e che apriva, nell’immediato o in un imminente futuro, le porte del carcere a tutti i fascisti. Togliatti, con la parvenza di un dolce padre che accoglie nelle sue braccia i figli scapestrati, riporterà sulle loro sedie gli amministratori statali ed i giornalisti fascisti, garantirà a Gaetano Azzariti, presidente del tribunale della razza, il ruolo di presidenza nella Corte Costituzionale. Azione compiuta per una “pacificazione nazionale”, simbolo di un’incapacità a ritenere il carcere un procedimento di rieducazione e non puramente punitivo.

Nel secondo dopoguerra la lotta al fascismo viene sottovalutata su tutti i fronti a causa della Guerra fredda che porterà alla ribalta l’eterno pericolo: il comunismo. Si ritorna a pensare che il problema principale fosse debellare un possibile stato di disordine, come se la violenza potesse essere di sola matrice comunista.
Si lascia così lo spazio alla creazione del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale (MSI) fondato il 26 dicembre 1946 dai reduci della Repubblica di Salò, ex esponenti del regime fascista ma anche da un’area moderata: i corporativisti. Se tendenzialmente il partito non si dichiarò mai fascista, la sua posizione si definì dalla frase di Augusto De Marsanich: “Non rinnegare e non restaurare”.
Si presenteranno numerose scissioni dal MSI: la prima guidata da Pino Rauti che fonda il Centro Studi Ordine Nuovo³ (ON), di cui molti membri rientrarono nel 1969 mentre gli ordinavisti contrari diedero vita ad Ordine Nuovo; la seconda nel 1960 con Stefano Delle Chiaie che fonda Avanguardia Nazionale (AN); la terza nel 1968 con il Fronte Nazionale di Junio Borghese.  

Si presenterà una divisione totale con la Svolta di Fiuggi (1995) tramite la quale, con il segretario Gianfranco Fini, il MSI confluirà in Alleanza Nazionale, abbandonando così le proprie posizioni neofasciste. Non tutti i membri del disciolto MSI però vorranno intraprendere tale strada e così Pino Rauti fonderà il Movimento Sociale Fiamma Tricolore.
Ulteriore movimento politico nato nel 1946 sono i Fasci di azione rivoluzionaria (FAR) dotati di una struttura paramilitare inizialmente chiamata esercito clandestino anticomunista e poi esercito nazionale anticomunista.
Il consenso dei figli di Mussolini consci e non, viene raccolto dal Fronte dell’uomo qualunque. Nato attorno al giornale L’uomo qualunque (1944), diviene un vero e proprio movimento politico nel 1946, dissolto nel 1949 fa sì che molti volgano lo sguardo alle file dei democristiani, dei monarchici e del MSI.
« Questo è il giornale dell’uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo, ardente desiderio, è che nessuno gli rompa le scatole ». Tenendo conto della frase del fondatore del giornale, Guglielmo Giannini, si può capire come il periodico, e poi il movimento, garantì la nascita del qualunquismo.
Il fondatore, nonostante fu un tenue sostenitore del Duce, possedeva una sfiducia sia nei confronti del fascismo sia verso i nuovi partiti proclamatisi antifascisti. La sua proposta era fondata sull’avvento di un buon ragioniere che si limitasse ad amministrare l’Italia favorendo così la caduta dei politicanti. L’atteggiamento individualistico del qualunquismo sarà il denominatore comune che unirà coloro che decisero di assoggettarsi al Duce, identificandolo come restauratore dell’ordine, e coloro che si fecero folgorare dall’uomo qualunque, uniti nella ricerca di una politica che garantisse vantaggi individuali e non collettivi.

Alle innovazioni culturali degli anni 60, che vedono una maggiore tendenza a sinistra dei giovani e che, nella loro conclusione, propongono una nuova vicinanza tra ceto operaio e movimenti studenteschi nel così detto autunno caldo, seguono gli anni di piombo.
La strategia della tensione diviene il nuovo mezzo tramite il quale movimenti militarizzati anarchici e neofascisti riescono ad opporsi ad una struttura parlamentare ritenuta inadeguata.
Durante gli anni settanta si presenta la nascita di numerosi movimenti giovanili come Terza Posizione (TP), Lotta di Popolo, Costruiamo l’azione e formazioni terroristiche come i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) e le Brigate Rosse (BR).
Uno dei membri più importanti della TP, dopo essere stato espulso dai NAR, fu Roberto Fiore, odierno leader di Forza Nuova, scappato in Inghilterra nel 1980 dopo la strage di Bologna avvenuta il 2 agosto dello stesso anno, per la quale vennero arrestati tre membri dei NAR (Valerio Fioravanti, Luigi Ciavardini e Francesca Mambro). Roberto Fiore avrebbe dovuto scontare cinque anni e mezzo di carcere, ma fuggendo ed essendo latitante per 19 anni è riuscito a far cadere la pena in prescrizione.
Membro fondatore della Terza Posizione, Gabriele Adinolfi, successivamente creatore di Casapound, fu destinatario di un mandato di cattura dopo la strage di Bologna, anche lui vivendo in latitanza per anni a Parigi fece cadere in prescrizione l’accusa.

L’incompetenza politica nell’approccio al neofascismo colpisce duramente, colpisce oggi dopo 73 lunghi anni e distrugge pensando che un vero antifascismo non si sia presentato neanche nell’immediato dopoguerra. Un’incapacità determinata da un atteggiamento fascista presente nei governi così detti antifascisti, fondato sulla mancanza di comprensione verso queste ed altre tendenze ideologiche. Ben pochi sono stati i politici capaci di superare quelle che erano le differenze ideologiche e condannare la violenza perché tale, indistintamente da quella che fosse la sua provenienza politica. Influenzati dalle lotte ideologiche i partiti ponevano al primo posto o la lotta verso le violenze neofasciste o verso quelle comuniste. Tale approccio non è mutato, casi come quelli di Luca Traini, di Pamela Mastropietro, di Massimiliano Ursino e dei due militanti di Potere al Popolo, fanno capire come il mondo venga volutamente diviso in fazioni. Se si accusa Luca Traini allora non si tiene conto di Pamela Mastropietro, se si attaccano gli attentatori di Massimiliano Ursino allora si appoggia Forza Nuova, se invece si attaccano quelli dei due militanti allora si appoggia Potere al Popolo, se si appoggia Fratelli D’Italia e Lega Nord allora si è fascisti, se si appoggia il Movimento 5 stelle allora si è populisti. Inutili dibattiti privi di contenuti hanno intasato le menti degli italiani che hanno votato in una delle peggiori campagne elettorali di sempre.
Se i politicanti smettono di comprendere le varie sfumature di pensiero presenti in Italia, a causa di un perduto rapporto con la realtà, dovremmo essere noi stessi, maggiormente immersi nella realtà, a farlo.

Per riuscire in questo intento è necessario comprendere quanto possa essere semplice cadere in tentazione, credere che il proprio gruppo (politico, sociale, culturale, religioso ecc.) sia il detentore della verità assoluta e coloro che si trovino al di fuori siano i nostri nemici. Questi ultimi non vengono analizzati per quello che realmente sono, ma come riflesso di opposizione al nostro gruppo, iniziando così ad avere caratteristiche che ne garantiscano il disprezzo.
Gli antifascisti, etimologicamente, dovrebbero opporsi all’ideologia fascista, proclamatrice di assolutismo, eppure, alcuni di loro possiedono il medesimo approccio con il diverso: “fascisti carogne tornate nelle fogne”, “l’unico fascista buono è un fascista morto”.
La mancanza di comprensione è come un Uroboro, eterno ritorno dell’odio, causato da un mancato approccio critico all’altro. Una reale conoscenza dell’altro garantisce la visione di quella che è stata la strada che lo ha condotto fino a quel punto, capire le sue motivazioni, le sue scelte, comprendere che ogni essere umano è fatto da un’enorme escalation di azioni che vanno considerate nel loro insieme e non una per volta.
Per così comprendere che i fenomeni non muoiono, ma si ricreano sotto forme diverse, e smettere definitivamente di avere un rapporto aprioristico con l’altro poiché pensare tramite luoghi comuni non vuol dire pensare, ma sottomettersi.

 

 

Montanaro Francesca

 

 


[1] Ennio Flaiano (1910-1972) è stato sceneggiatore, scrittore, giornalista, critico cinematografico e drammaturgo. Specializzato negli elzeviri, ha scritto per Oggi, Il Mondo ed il Corriere della Sera; lavorò con Federico Fellini per le sceneggiature di vari film.

[2] Ennio Flaiano, Un marziano a Roma.

[3] Si impegnò in attività esclusivamente culturali e tenendosi lontano dalle competizioni elettorali, tranne nel caso della campagna a favore della scheda bianca nel 1958. Tale campagna venne attuata da un gruppo interno al movimento: Gruppi Armati Rivoluzionari (GAR), gruppi non violenti ma che conducevano la campagna astensionista.

[4] Nel 1973, a causa di processi contro i dirigenti, entrò in clandestinità; l’accusa era di ricostituzione del Partito Nazionale Fascista
[5] Membro del Centro Studi Ordine Nuove, Delle Chiaie, a causa della mancanza di un attivismo politico concreto, decide di distaccarsi dal movimento e formare nel 1960 l’Avanguardia Nazionale Giovanile, sciolta a causa di indagini e perquisizioni nel 1965. Rifondata nel 1970 con il nuovo nome di Avanguardia Nazionale, nel 5 giugno 1976 vengono condannati gran parte dei dirigenti e degli attivisti per ricostituzione del Partito Nazionale Fascista.

[6] Borghese, ex-comandante dell’esercito di Salò, capeggiò il tentativo di colpo di Stato tra il 7 e l’8 dicembre 1970.

[7] Numerosi erano i collegamenti alla mistica fascista, presenti al momento del giuramento che avveniva di fronte ad un tavolo coperto dal tricolore e con l’effige del duce ed un pugnale da legionario, i nuovi membri dovevano avere un nome di battaglia. Sciolti nel 1947 vennero ricreati nei primi anni cinquanta, la prima azione della nuova formazione fu del 12 marzo 1951 a Roma dove vennero poste una bomba al Ministero degli Esteri ed un’altra all’ambasciata americana.

[8] La fuga è causata dall’uccisione, da parte di Fioravanti e Mambro, di coloro che in qualche modo potessero essere a conoscenza della loro partecipazione al reato, in special modo il gruppo dirigente della TP: Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi.
[9] Per ulteriori informazioni consultare l’inchiesta dell’Espresso: http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/12/15/news/soldi-oscuri-servizi-e-delinquenza-tutti-i-segreti-di-roberto-fiore-il-fascista-a-capo-di-foza-nuova-1.316175

 

 

 

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