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La storia di pochi

Squillo del telefono.

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Ciao. Sono Cosimo.

Senti scusa, non volevo metterti nei casini. Sono sparito senza dire nulla. E’ che non ce la facevo più ad esistere, volevo vivere. Io voglio resistere, re-si-ste-re, esistere a qualcosa, esistere contro qualcosa. Lo so, ti sembra assurdo: ma vivo se muoio, mi alzo in piedi se mi butti giù. Questa volta però lo giuro: non ritorno, torno e basta. E lo so cosa stai pensando: tutto questo per stare in un posto del cazzo immerso nel nulla. Ma tu che ne sai? Ah? Va bene scusa, non volevo, non volevo dirlo.

(Sbuffo)

Sono a Bari, non Bari Bari, ma un paese vicino. Addio Roma. Ci credo e ci sto lavorando. Lavoro ogni giorno. Faccio un part-time. Che poi che vuol dire? Parte di cosa? Io non mi sento parte di nulla. Io non faccio sacrifici a metà, mi do tutto: ci butto l’anima e il sangue sulle cose. Sai, non te ne ho mai parlato. Ma quasi ogni notte faccio lo stesso incubo da mesi. Mi trovo in una stanza buia e dormo con una ragazza su un letto infinito. Ad un certo punto una forza, non so…rimpicciolisce sempre di più lo spazio. Il materasso ora è piegato, anzi no. Immaginalo tutto squartato, sbrindellato. Adesso assume i contorni del mio corpo rannicchiato e tutto appiccicato alla ragazza. E’ un assalto dell’infinito verso di noi, inermi in un fondo nero che avvolge tutto. Eppure invece di soffocare, sento di respirare a pieni polmoni l’odore del finito, della vita. Cominciamo a respirare insieme, sembra l’unisono del respiro universale. Apro finalmente gli occhi, ma ho il sole in faccia: una luce accecante illumina il materasso i cui contorni sfumano fino a perdersi ancora una volta nell’infinito bianco. Quando muovo lo sguardo per trovare un colore che per contrasto mi dia la sensazione dello spazio, sento un odore riconosciuto. La mano destra tocca il vuoto; eppure ricordavo un corpo e la sua carne incollata a me. Non c’è. Rimane di quella notte solo una pozza di sangue così scura e calda che la paura sembrava quasi capace di animare e far bollire.

Qui finisce l’incubo vero e inizia quello più vero.

L’affanno al risveglio svanisce solo quando realizzo che non ho ammazzato nessuno. Niente sangue. Penso sia un messaggio: un antico guerriero che in una mia vita passata prova ad indicarmi la strada. Chi ero? E chi sono?

Non ho tempo per rispondere a queste domande perché quando mi sveglio sono le 4:17 e il mio turno alla benzina sull’ autostrada per Bari sta per iniziare. Sono un operaio. Alle 5 cominceranno ad arrivare altri operai come me: campagna, ILVA, raffineria, cementificio.  Non giudicarmi. Non pensare che me la sono cercata. Lo faccio perché in questa terra ci credo.

Qui sono uno dei tanti.

Non ho possibilità di migliorare. Se parti così, così muori. La sensazione è quella di prendere schiaffi in faccia e non poter reagire per via delle mani legate. C’è tutto: c’è la mafia, il potere all’ombra: ti devi comportare in un certo modo e se esci fuori dai binari danno fuoco all’attività. Qui non ce ne freghiamo un cazzo di noi e delle generazioni future. Se a te va bene, gli altri possono affogare in mare.

Cosa mi tiene qui?

I sacrifici dei miei, mio nonno, il lavoro fatto in passato dagli anziani per dare qualcosa in più alla nostra terra. Qualcuno deve migliorare qualcosa. Che fai?! Abbandoni tutto?! Tutti se ne vanno. Spesso quando sono solo a pensare, mi chiedo quanto durerò. Qui tutti vogliono che le cose restino come sono. Se una cosa è ferma, ferma deve restare. Lavoro c’è, ma sono dodici ore al giorno sotto il sole, la pioggia e la neve o disperso in qualche campagna. Altrimenti non mangi. Sono part-time, tre giorni assicurato e gli altri a cazzi tuoi. Ad ottocento euro non arrivo. Il resto delle giornate sono “ferie non godute” oppure te li pagano in nero fuori busta. Il turno di mattina per fortuna ha, anche lui, la sua fine: l’una meno un quarto. Comunque si sa, non fai solo il benzinaio: ti chiedono di sfoltire le aiuole intorno, gli ulivi oppure di strappare a mano le erbacce che sbucano dal muretto che costeggia l’ingresso della corsia di decelerazione. Troppe responsabilità e poca paga se arriva un camionista con trent’anni di strada consumata alle spalle che deve scaricare ventimila litri di gasolio: tutti ti vogliono fottere, compreso lui. Poi ci sono i tossici che ti supplicano di farli debito per due o tre euro oppure che aspettano che tu finisca il rifornimento per scapparsene senza pagare. Sono diretti in città a comprare le dosi e spesso sono padri di famiglia. Alcuni, invece, soprattutto chi porta le donne in campagna, vengono da te per “prelevare”: loro pagano con la carta un rifornimento che non farò così che io possa darli i contanti da spendere alle macchinette nel bar. Questi sono i personaggi di questa parte di incubo. Poi il sabato capita che lavoro in una paninoteca del paese. Griglia e friggitrice: assicurato due ore a sera, ne lavoro nove o dieci e prendo trenta euro.

Qui manca il dare di più: se stai bene, ti fermi. Quello che sta rimane quello che sta. Uno prova a stare meglio. Per loro fottere è meglio.

L’unica cosa che mi tiene attaccato è la famiglia e ciò che hanno costruito gli altri prima di noi. Se tu sei ricco qui, sei un Dio. Eppure a me basterebbe essere un Uomo. Non voglio essere un Dio perché un Dio in questa parte di terra, in fondo, sarebbe un ricattatore: tu fai quello che ti ordino e in cambio ti concedo un briciolo di pane. Un Dio da queste parti è un signore ricco che ha tanta Roba, ma che soprattutto ha Lavoro: carne maciullata di scarsa qualità, ma che oggi si vende per favori, aiutini e pacche sulle spalle. Insomma un Dio. Io vorrei solo essere un Uomo: una possibilità e una strada in cui camminare senza stringere le spalle per paura di urtare qualche potente e rovesciare il suo schifoso cocktail di morte sulla sua camicia pulita e bianca su cui scende un Cristo morto e morente, d’oro e dorato che sbalordito guarda i poveri cristi che, passando, abbassano lo sguardo. Voglio solo stare bene: stare sulle cose, non perdersi e stare insieme: dare tutto.

L’amore gigantesco solo così si può donare: buttando il sangue e buttandolo tutto, goccia a goccia. Quando accetterò tutto questo potrò raccontare agli altri lo strano incubo chiamato vita.

Ora devo correre, sta arrivando una macchina. Ci sentiamo presto, ok? Stammi bene.

Caiazzo Francesco

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