Economia,  Filosofia

Cos’è la decrescita? Invito alla lettura di Latouche, “Per un’abbondanza frugale”

Per un’abbondanza frugale1 è solo uno degli ultimi libri che Serge Latouche ha dedicato allo studio di modelli economici alternativi a quello imperante della crescita infinita, tanto che egli è ad oggi considerato “il maggior teorico della decrescita”, come recita la quarta di copertina.

Latouche, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Paris-Sud, pur dichiarando apertamente nella Prefazione che il libro è destinato al “lettore curioso ma nuovo alla tematica”, non dismette per questo i suoi panni di studioso attento e scientificamente rigoroso, come dimostrano tra l’altro in coda al volume le quasi otto pagine di apparato bibliografico.

Come lui stesso spiega, il libro nasce dall’esigenza di mettere un punto fermo alle tante illazioni, spesso pigramente ripetitive, in tema di decrescita, frutto anche colpevole ( è il caso dei giornalisti ) dell’ignoranza della ormai copiosa letteratura sull’argomento.

Per questa ragione, e quasi a confutare con la stessa modalità organizzativa del contenuto – quanto mai scientifica e razionale – la generica accusa di passatismo, di sentimentalismo romanticheggiante e quasi di primitivismo rivolta agli “obiettori di crescita”, il libro è strutturato in due ampie sezioni intitolate rispettivamente “Malintesi” e “Controversie” e suddivise a loro volta e simmetricamente in nove questioni ciascuna.

I titoli delle questioni rendono di per sé evidente la volontà dell’autore di venire a capo di fraintendimenti spesso speciosi e di obiezioni confuse o argomentativamente deboli. Tra i “Malintesi”: Confusione, volontaria o involontaria, tra crescita negativa e progetto della decrescita; La decrescita è il ritorno alla candela; Decrescita uguale disoccupazione; La decrescita è di destra o di sinistra?. Altrettanto significativa è la titolatura dell’altra sezione, “Le controversie”: La decrescita ha un fondamento scientifico erroneo; La crescita è necessaria per eliminare la povertà al Nord; Come risolvere con la decrescita il problema della miseria nei Paesi del Sud?; Quale <soggetto> sarà portatore e realizzatore del progetto?

Al termine di questo percorso tematicamente scandito, il lettore matura la consapevolezza di quali siano le storture del sistema economico dominante che i decrescenti denunciano, quali i pericoli per l’umanità intera qualora si perseverasse sulla stessa strada percorsa finora, quale infine la via alternativa, che però Latouche a più riprese presenta come un cantiere aperto più che come un’opera già conclusa: “via via che il progetto di una società della decrescita acquista visibilità e credibilità, sorgono nuovi interrogativi, nuovi problemi e nuovi ostacoli.” (p. 136).

Serge Latouche (1940), economista e filosofo francese

Se però molteplice, variegato e dialetticamente teso è l’arcipelago degli obiettori di crescita sul versante della proposta, univoca e perentoria è l’accusa rivolta alla “religione della crescita” che la globalizzazione ha esteso al mondo intero.

Il modello liberista, in sostanza, incardinato sull’assioma che il mercato sia capace di autoregolamentarsi, distribuendo a tutti la ricchezza prodotta e il benessere quasi magicamente, per l’intervento di una provvida mano invisibile, esige un incremento continuo della produzione – la cosiddetta crescita.

In teoria essa dovrebbe creare occupazione e allargare in questo modo la platea dei consumatori, così da generare il circuito “virtuoso” maggiore consumo – maggiore produzione – maggiore occupazione, fino a estirpare idealmente la piaga della povertà.

Di fatto Latouche mette impietosamente allo scoperto le falle sempre più estese di questo modello.

In primo luogo egli denuncia l’assurdità anche logica che possa darsi una crescita illimitata attingendo a un serbatoio limitato di risorse quale è quello del nostro pianeta: il sovraconsumo necessario a sostenere il progressivo aumento della produzione e, con esso , dell’ “indice-feticcio del PIL” porterà all’esaurimento delle materie prime ( petrolio, legname, acqua…) tanto più rapidamente quanto più numerosi saranno i Paesi emergenti che assumeranno stili di vita e di produzione occidentali ( Cina, India etc. ).

Se dunque le risorse sono limitate – ragiona Latouche – il vero problema è “come dividere quello che la natura feconda ancora ci offre” (p. 70). I fautori della crescita infinita, al contario, quelli che egli polemicamente definisce “i superficiali e i <cornucopisti> (quelli cioè che credono nel corno dell’abbondanza)” (p. 36), sembrano non accorgersi che “la società dei consumi ha portato al superamento di un’impronta ecologica tollerabile (…). Oggi il consumo di un francese è di 5.8 ettari di spazio bioproduttivo, il che equivale a un bisogno di tre pianeti se tutti vivessero come lui” (p. 57).

In secondo luogo poi, riflettendo sulle ragioni del sovraconsumo, Latouche spiega che esso è logicamente determinato dalla necessità di alimentare il motore della crescita.

Un fattore essenziale per il funzionamento delle economie liberiste, dunque, è quella che Latouche considera una sorta di “colonizzazione dell’immaginario”, l’occupazione delle coscienze individuali attuata attraverso un vero e proprio bombardamento mediatico, per cui l’uomo occidentale – e ormai sempre più globale – ritiene primari e fondamentali bisogni in realtà secondari e indotti ad arte.

Si sofferma Latouche sulle ripercussioni anche psicologiche ed esistenziali di questa induzione all’acquisto compulsivo, rilevando – sulla scia del filosofo francese Baudrillard – che esso determina “uno stato di insoddisfazione generalizzata” e quindi, sostanzialmente, di infelicità.

Infine Latouche si preoccupa di smentire l’assunto base del liberismo economico, cioè che la crescita sarebbe foriera – di per sé e magicamente – di benessere diffuso e di equa distribuzione delle ricchezze. Gli basta in questo caso ribadire una volta di più l’evidenza: “Oggi ci troviamo in una situazione di disuguaglianza eclatante. Meno del 20 % della popolazione mondiale consuma l’86 % delle risorse del pianeta.” (p. 116). Per non parlare della concentrazione crescente della ricchezza nelle mani di pochi, a scapito di tutti gli altri, anche nel prospero mondo occidentale.

Questa polarizzazione fortemente asimettrica del reddito sarebbe inoltre l’effetto di una condizione particolarmente critica delle economie della crescita, quella che Latouche chiama “della crescita senza crescita”, ovvero della attuale crisi economica.

Nel sistema economico imperante gli Stati, tutti più o meno pesantemente indebitati, riescono a vendere il loro debito pubblico agli investitori solo se mostrano un trend positivo del loro PIL, garanzia che essi rientreranno in possesso delle somme da loro investite adeguatamente rivalutate.

Senza crescita, gli investitori disertano le aste dei titoli di stato e lo Stato è costretto ad attirarli promettendo il rimborso a tassi di interesse più elevati, che a loro volta provocheranno un innalzamento del debito e costringeranno – per contenerlo – a comprimere le spese sociali: sanità, scuola, servizi pubblici in generale.

Nelle economie di mercato, dunque, per riagganciare la crescita le vie obbligate sono due, e per lo più concomitanti: rilancio di investimenti e di produzione da una parte, austerità dall’altra. E anche in questo caso Latouche non manca di osservare che i benefici del rilancio sono riservati ai detentori della ricchezza (professionisti, imprese, banche, finanza …), mentre “l’austerità colpisce pesantemente gli operai e le classi medie e inferiori” (p. 15).

Non c’è altra soluzione dunque, secondo Latouche, che “uscire dall’immaginario dello sviluppo e della crescita, e di ricondurre l’economia nel sociale e nel politico” (p. 22). Questo è il vero significato del termine de-crescita, che fa il paio con l’espressione molto suggestiva di “de- colonizzazione dell’immaginario”: è possibile un modello economico alternativo, estraneo al “circolo infernale della creazione illimitata di bisogni e di prodotti, come pure della frustrazione crescente che questa genera.”(p. 13).

Latouche è consapevole che si tratta di una svolta molto difficile, perché la promessa liberistica che il continuo potenziamento della produzione porterà la felicità per tutti è così radicata nelle nostre coscienze che quella della crescita è diventata una sorta di fede religiosa, e quindi “per de-crescere bisogna de-credere.” (p. 89)

A chi però è stato contagiato dalla “eresia” degli obiettori di crescita Latouche apre scenari di una società possibile che, per quanto tutt’altro che cristallizzati in una immagine definita, non per questo perdono il loro fascino e la loro forza persuasiva.

Innanzitutto una società della decrescita, contrariamente a quanto sostengono i suoi detrattori, non rinnega il valore della scienza, ma chiede che essa sia sottratta alle direttive dell’industria e del mercato per essere correttamente finalizzata al benessere dell’uomo e dell’ambiente in cui esso vive.

Una società finalmente libera dall’obbligo di crescere e di sovraconsumare, inoltre, determinerà necessariamente “lo smantellamento della grande distribuzione e una certa demercantilizzazione” (p. 59), con un notevole vantaggio per l’ambiente, visti i viaggi infiniti che le merci fanno prima di giungere sugli scaffali dei supermercati di tutto il mondo: “I flaconi di profumo della Interparfums fanno avanti e indietro dalla Francia a Shangai, per 20.000 chilometri, in modo che gli operai cinesi ci facciano sopra una decorazione per la metà del costo che avrebbe in Francia.” (p.57).

Questo ritorno alla produzione e al consumo locali – e qui il discorso investe la sfera politica-, se ha innegabili effetti benefici sull’ambiente e sulla stessa qualità della vita, comporta per altro verso “una vasta riterritorializzazione dell’intera vita” (p. 59) che implica un mutamento degli assetti politici forse risolutivo della crisi delle odierne democrazie occidentali.

A più riprese infatti Latouche denuncia la natura di fatto antidemocratica della attuale “post- democrazia, la falsa democrazia caricaturale manipolata dai media e dalle lobby” e caratterizzata dalla “sottomissione alla dittatura dei mercati finanziari e alla mano invisibile dell’economia” (pp.69-70).

Tornare al locale potrebbe al contrario significare l’istituzione di una “architettura piramidale di piccole democrazie aperte basate sulle bioregioni (p. 60), cioè su ambienti naturali organici e coerenti che i cittadini possono governare con una certa autonomia.

E così come pieno e consapevole sarebbe finalmente il potere decisionale dei cittadini nella gestione di un territorio di cui tornerebbero a essere parte integrante, anche perché concretamente e

direttamente da esso trarrebbero il loro benessere, sempre all’iniziativa locale di gruppi di cittadini è affidata la promozione e la realizzazione – passo dopo passo – della rivoluzione della de-crescita.

Latouche si dichiara infatti molto diffidente nei confronti della “politica politicante” del nostro mondo occidentale, anche perché “esiste una <cosmocrazia> mondiale che riunisce le oligarchie economiche e finanziarie e che, al di fuori di ogni decisione formale, svuota la politica della sua sostanza e impone la <propria> volontà” (p. 132).

Tiene però a precisare Latouche che questo orientamento di fondo è tutt’altro che riconducibile al qualunquismo politico e all’astensionismo; esso punta semmai a un “lavoro di autotrasformazione in profondità della società e dei cittadini” (p. 132) che implica necessariamente una partecipazione più attiva e consapevole agli iter decisionali della politica e al suo riorientamento in chiave decrescente.

Il libro, pur nella apparente stringatezza delle sue 120 pagine effettive, è ricco di spunti di riflessione e di finestre aperte su questioni o su proposte futuribili in un modo o nell’altro connesse con il tema della decrescita; l’ampiezza della visione d’altronde non deve sorprendere, dato che si tratta del mutamento radicale di un paradigma – quello liberista e consumistico – che la globalizzazione ha esteso al mondo intero e radicato nelle coscienze individuali come un dogma religioso.

Sappia però l’aspirante lettore che Latouche non elude il problema, per esempio, della prevedibile ritrosia dei Paesi emergenti a interrompere la loro crescita prodigiosa proprio ora che si sono emancipati dalla povertà e dal sottosviluppo, nonostante gli effetti disastrosi e evidenti sull’ambiente e sulla qualità della vita delle persone ( si pensi alle metropoli cinesi ).

E sappia anche che Latouche lo guiderà ad aprire lo sguardo su Stati che forse una certa marginalità economica ha preservato dalla frenesia della crescita ad ogni costo e che sono giunti – è il caso di Ecuador e Bolivia – a riconoscere nelle loro costituzioni la natura “come soggetto di diritto, con grande scorno delle compagnie minerarie straniere che hanno nel mirino lo sfruttamento delle ricchezze naturali dei due Paesi.” (p. 133)

È legittimo chiedersi, chiusa l’ultima pagina del libro, se – con un rovesciamento che sa di nemesi storica e che punirebbe il consueto senso di superiorità di noi occidentali – non saranno proprio le popolazioni del Sud povero, colonizzato e sfruttato a tracciare nel futuro la strada per salvare il pianeta e l’intera umanità.


1. Serge Latouche, Per un’abbondanza frugale, Bollati Boringhieri, Torino, 2012.

Davide Gatto

Docente di Lettere a Francavilla Fontana e scrittore.

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