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Adolescenza: istruzioni per l’uso

L’adolescenza è il periodo di cambiamento psicologico e sociale tra l’infanzia e l’età adulta, interessa la fascia 11-18 anni, ora estesa fino ai 25 anni. Convenzionalmente l’adolescenza ha sempre suggerito le metafore della tempesta, della crisi e della rottura, in concomitanza con lo sviluppo fisico e biologico, conosciuto come pubertà, attraverso il quale il corpo del fanciullo perviene alla maturità riproduttiva. Secondo la teoria psicosociale dello sviluppo di Erikson, la vita è composta da una serie dei periodi critici dello sviluppo, chiamati stadi, che implicano un conflitto antinomico da affrontare e risolvere; ogni conflitto prevede una crisi che necessariamente deve essere superata per procedere nello sviluppo.

Erikson propone otto stadi, che comprendono tutto l’arco della vita dalla nascita alla vecchiaia. Per ovvie ragioni parleremo solo del quinto stadio, che interessa l’adolescenza, conosciuto come identità e contestazione/ dispersione di identità. L’adolescente deve essere in grado di scegliere un modello nel quale identificarsi, compito molto arduo, soprattutto davanti ad una molteplicità spesso discordante di possibilità, rischiando di cadere nella confusione di ruoli, passando da un’identificazione ad un’altra, senza mai giungere ad una sintesi originale di sé. La formazione dell’identità non consiste solo nella capacità di completare i compiti con la maturità e l’autonomia che tutti si aspettano da lui, ma di produrre un “io” sensibile ai propri bisogni, che lo renda capace di trovare un proprio posto nel mondo.

Tra i compiti di sviluppo dell’adolescente si annoverano la costruzione di relazioni mature con i coetanei, l’acquisizione di un ruolo sociale, l’accettazione del proprio corpo, l’indipendenza emotiva e in seguito quella economica dalla famiglia di origine, l’orientamento verso una professione, la preparazione alla vita familiare futura e l’acquisizione di un sistema di valori e di un comportamento socialmente responsabile. Dal punto di vista emotivo, l’adolescente deve migliorare la capacità di gestione delle emozioni, perché neurobiologicamente parlando ha un cervello più emotivo del bambino e dell’adulto, motivo per il quale ha cambiamenti d’umore repentini.

Per quanto concerne la psicopatologia, è azzardato fare una diagnosi prima dei 20 anni, poiché occorre ricordare che l’adolescente è un individuo in via di sviluppo e che le sue scelte vanno correlate al contesto relazionale e affettivo. Infatti i sintomi del disagio sono le soluzioni controproducenti e fallimentari adottate dall’individuo in difficoltà che cerca di adattarsi al cambiamento; non è detto che gli adolescenti più problematici, avranno l’evoluzione psicopatologica più negativa e viceversa.
Per psicopatologia si intende la disciplina scientifica che studia l’origine e le cause che provocano i disturbi, le malattie mentali e i comportamenti definiti patologici. Tra i criteri che definiscono quando un comportamento debba essere denominato patologico abbiamo:

  • l’infrequenza statistica, poiché colpisce solo una piccola parte della popolazione;
  • la ricerca di aiuto, che è considerato un indicatore parziale poiché spesso sono le persone vicine all’individuo a chiedere aiuto al posto suo;
  • la devianza dalle norme sociali, è un criterio molto usato ma non è detto che un anticonformista sia un deviante, dunque non necessariamente la salute mentale coincide con la convenzionalità;
  • il “distress” emozionale, inteso come la sofferenza dell’individuo provocata dal disagio. Occorre sapere che l’individuo ha comportamenti che egli può interpretare come egodistonici, ossia quei comportamenti che non sono in armonia con i bisogni dell’io e che dunque creano disagio, o egosintonici, diametralmente opposti ai precedenti, che sono considerati integrati e compatibili con la propria personalità. Tuttavia, se si tratta di disturbi egosintonici, il disagio non è avvertito e ciò potrebbe invalidare questo indicatore;
  • il criterio del danno, ossia quanto il disturbo interferisce con il normale funzionamento psichico dell’individuo e con la sua capacità nello svolgere le attività comuni.

Come abbiamo detto, l’adolescente è in cerca di un’identità ed è particolarmente sensibile alla rappresentazione di sé che gli altri hanno, dunque le categorizzazioni (i drogati ad esempio) risultano essere molto pericolose poiché creano dei ghetti dove ci si può nascondere e non affrontare la separazione dalla famiglia. Non bisogna dimenticarsi del fedele compagno di questo periodo transizionale, il corpo, martoriato dagli agiti estremi e usato per dimostrare autonomia dalla famiglia, attraverso disordini del comportamento come aggressività, disturbi della condotta alimentare, tossicomanie, autolesionismo e tentativi di suicidio.

 

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Per essere più chiari, facciamo degli esempi:

  • tra i disturbi del comportamento alimentare si annoverano ad esempio la bulimia, l’anoressia e l’iperfagia; solitamente la persona anoressica è incapace di slegarsi dalla famiglia, l’unico controllo che può esercitare, dimostrando di essere autonoma e indipendente, è sul cibo; in questo modo però si ammala e costringe la famiglia ad occuparsi di lei, bloccando conseguentemente il suo cammino verso una reale autonomia;
  • tra gli atti di danneggiamento e avvelenamento intenzionale del corpo senza un intento suicida, oltre l’autolesionismo si annoverano anche l’abuso di sostanze psicotrope (notare che non è usata la parola dipendenza), la promiscuità sessuale non protetta e la continua ricerca del rischio, occorre osservare la sede della lesione poiché essa ha un preciso significato. I cutters, coloro che si tagliano, lo fanno generalmente sui polsi, poiché i segni sono pratici da nascondere sotto polsiere o braccialetti, cercando in un certo senso di celare e negare al mondo l’esistenza del problema; invece chi si lesiona il viso o si strappa i capelli (tricotillomania), esercita un controllo patologicamente rassicurante, con l’intento di autopunirsi o di provocare rifiuto sociale ed essere visto come ripugnante;
  • l’individuo che mette in atto condotte devianti temporanee, come la menzogna, l’aggressione e/o lo spaccio, si lascia guidare dalla mancanza di responsabilità e dall’impulsività. Generalmente non va interpretato come sintomo di una patologia delinquenziale in età adulta, ma come denuncia del cambiamento che l’adolescente sta vivendo. Tuttavia, occorre tener conto dell’età, dell’atto deviante in forma e contenuto e della presenza di una fragilità della struttura della personalità, che in rari casi può condurre ad un vero e proprio disturbo di personalità, come il borderline, narcisistico e antisociale.

Dai vari esempi si evince che per l’adolescente il corpo è il mezzo usato per esprimere la sofferenza interna, cercando così di evitare di elaborare le emozioni legate al cambiamento che sta vivendo. Data la delicatezza del periodo in questione, si consiglia di evitare allarmismi eccessivi, soprattutto nel caso in cui i sintomi siano temporanei e di lieve entità. Allo stesso modo però, non si deve sminuire la situazione, poiché la presenza dei sintomi è sempre indicatore di un disagio.

 

Federica Leone

 

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