2017,  Clochard,  Lentezza,  Senzatetto,  Smaterializzazione della realtà,  Velocità

Ho bisogno di lentezza, e la colpa è mia perché l’ho capito.

Suona la sveglia: 7:00, suoneria Creamy – predefinita – non è necessario io scelga.

Giovanni, Joseph, Maria sono i clochard, in realtà sono i senzatetto. No, in realtà sono delle persone. Ho sbagliato tutto: sono Giovanni, Joseph, Maria. Sono io. Aspetto un attimo, cambio la sveglia: 7:00, suoneria Bugle – l’ho scelta io, Francesco, è necessario io scelga. Dobbiamo affrontare la realtà, non può scivolar via.

Questa notte Giovanni, Joseph, Maria hanno dormito sotto un porticato, forse davanti un negozio, camminavo troppo velocemente mentre tornavo a casa ascoltando la musica nelle cuffie, non ricordo davanti cosa dormissero. Però li ho visti, loro erano dei clochard. Ora nella mia testa sono Giovanni, Joseph, Maria.

Stiamo pian piano allontanandoci dalla realtà, abbiamo sempre più bisogno di filtri, un qualcosa che non ci faccia scontrare pericolosamente col problema, desideriamo un qualcuno, un vigile che ci fermi e ci salvi.

Alt – il vigile mostra la paletta.

“La strada è interrotta, deve svoltare a destra e proseguire sempre dritto”.

Il finestrino dell’auto, aperto giusto il necessario per far passare la voce, si chiude del tutto senza che qualcuno risponda.

Prima era Giovanni o Maria oppure Joseph, poi sono diventati i senzatetto, poi i clochard, tra poco saranno gli homeless.

Allo stesso modo prima eravamo noi, io che scrivo e tu che leggi e loro – Giovanni, Maria e Joseph – che vivevano tranquillamente la loro quotidianità come noi.

Poi siamo diventati io che scrivo sotto a un tetto, tu che leggi, presumo al riparo sotto qualcosa, loro che troppo lenti per un paese con la fibra ottica e l’alta velocità, hanno perso il tetto, sono i senza tetto: mancano di un tetto, ora sono troppo poco veloci, fermi, immobili.

Infine siamo io e te, anzi io e… Io… I……

Loro sono i clochard, stanno diventando gli homeless. Stanno diventando gli…

Molte persone non conoscono il significato di queste parole, quindi molto persone non ci conoscono. Io e te siamo il nulla, Giovanni, Maria e Joseph stanno scomparendo, il nostro corpo si dissolve. Stiamo vivendo una lenta, ma graduale smaterializzazione della realtà. Stiamo passando dalla concretezza alla nebulosità,   e la colpa è nostra.

La colpa è mia. Non posso attendere oltre trenta secondi per il caricamento di una pagina, non posso scorrere lentamente la home del social network, non posso far passare troppo tempo tra un post e un altro, la gente deve sapere che ci sono, sono felice, non è importante se di tutto ciò non mi rimane nulla, ho anche bruciato qualche megabyte della mia promozione. Che mi importa? Si rinnova questa notte.

Ho bisogno di lentezza, e la colpa è mia perché l’ho capito.

Ci adattiamo alla consuetudine – ciò che la maggior parte della persone fa – e ne siamo colpevoli: se il mondo va veloce, noi andiamo veloce. Un’altra colpa scaturisce dalla consapevolezza dell’errore: sempre più persone riflettono sul tema, anche io lo sto facendo, ma – personalmente – senza avere (ad oggi) la volontà di rimediare.

Devi laurearti velocemente, devi fare esperienze velocemente, devi leggere e assorbire il flusso impetuoso delle informazioni velocemente. Cerchi una ragazza? Manda messaggi, metti mi piace alle foto o inserisciti in qualche gruppo di messaggistica istantanea. Basta con i caffè, le lunghe passeggiate, le chiacchierate, basta con lo sforzo e la comprensione. Agisci ora e subito.

Vi starete giustamente chiedendo: come si connettono la smaterializzazione della realtà, la velocità e l’agire?

La velocità è il centro, la teoria da cui scaturisce la prassi. Se ci riflettiamo, la velocità oggi è un valore, non è più un modo di fare le cose, in poche parole è stata promossa a una condizione positiva. Infatti mentre prima il veloce aveva lo stesso potenziale del lento, oggi si direbbe che il veloce ha una marcia in più: chi non corre è lasciato dietro e va a formare la miriade di persone sconnesse dal mondo, scomparse come Giovanni, Maria e Joseph che una loro Storia ce l’hanno, ma è troppo lunga e io ho troppo poco tempo per ascoltare.

Ora, passando alla smaterializzazione della realtà possiamo fare un esempio banale. Siamo in macchina, se ci muoviamo lentamente potremo guardare le cose, osservare (guardare attentamente) e riflettere sulle cose.  Se invece ci muoviamo ad alta velocità potremo solo guardare le cose e tutt’al più osservare. Esatto, perdiamo la possibilità di riflettere sulle cose. Quindi se guardiamo (e difficilmente osserviamo) superficialmente la realtà, indubbiamente non saremo in grado di coglierla in tutte le sue complesse sfaccettature, ci apparirà formalizzata – con pochi contenuti –, smaterializzata; oltre che per forza di cose semplice (di questo parleremo un’altra volta). Percepiamo cioè una dimensione e non tante, un problema e non migliaia, una gioia e non la felicità.

Attenzione però, per passare all’ultimo punto occorre prima valutare il valore socio-culturale della riflessione. Mi spiego: la riflessione è soprattutto analisi critica, perciò cosa c’è di più socio-culturale di una facoltà che mi permette di conoscere il problema e possibilmente risolverlo attraverso i miei strumenti?

Infine abbiamo l’agire. Se siamo veloci e incapaci di percepire tutte le dimensioni della materia, tutto ciò che c’è dietro – il fango, lo sporco sotto il tappeto, la tristezza dietro al finto sorriso – e che non intercettiamo con la riflessione e con la nostra personale rielaborazione, mi è fin troppo chiaro che l’unica condizione disponibile sia quella dell’agire, dell’azione e del movimento (anche su questo torneremo in futuro, vi dico solo di pensare a quante volte i nostri politici usano espressioni come “siamo in moto” oppure “stiamo ripartendo”).

Fermi tutti, vi starete chiedendo: stai forse affermando che il movimento è sbagliato, che agire fa male? Assolutamente no, io critico e denuncio l’agire senza riflettere, il movimento senza motivazione valida e logica, il moto senza pausa critica.

In conclusione voglio dire a chi vuole dicotomizzare la realtà in velocità (Bene) e lentezza (Male), con tutte le conseguenze che ne derivano, che la riflessione è una attività vitale; infatti essa ci aiuta a riconoscere i problemi, ad affrontarli e risolverli. Senza riflessione non ci sarebbero problemi, e quindi miglioramento.

La strada quindi non può essere l’agire in sostituzione del riflettere, ma il riflettere velocemente, che richiede uno sforzo di gran lunga superiore e un progetto a lungo termine perché, per il momento, dobbiamo cominciare dalla consapevolezza del problema.

Caiazzo Francesco

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