Arte,  Cultura,  Fotografia

La pietà sempreverde

L’immagine in evidenza è un fotomontaggio di Federico Bianchini.

Ci avete mai pensato al fatto che quando “Marco”, dopo esser stato tanto male per la storia finita con “Anna”, inizialmente dice di non voler più affezionarsi ad una donna con le stesse caratteristiche della sua ex, ma poi tu, che sei il suo migliore amico, ti rendi conto che la new-entry “Laura” sembri essere la gemella separata dalla nascita? Un classico. Ma perché? Perché il gusto personale di ognuno di noi è insito nella nostra anima, e per quanto ci si possa sforzare nel cercare qualcosa di differente, è grazie a ciò che è accaduto in passato, che siamo diventati così e inseguiamo involontariamente sempre lo stesso ideale. Proprio per questo ragionamento possiamo accostare tre opere di tre celeberrimi artisti, rivoluzionari ognuno per il proprio tempo.

pieta_frontale La pietà, Michelangelo Buonarroti, marmo, 1498-1499, Vaticano, Basilica di San Pietro

La prima è “La pietà” di Michelangelo Buonarroti del 1498–1499. Fu il primo a creare la scena, che per anni era stata riprodotta su piccoli supporti lignei, in un formato così grande (174 x 195 x 69 cm), dando l’idea di uomini reali. L’iconografia della pietà che veniva tradizionalmente utilizzata nelle diverse espressioni artistiche era quella di un busto eretto e verticale per Maria e di un corpo irrigidito e orizzontale per Gesù. Michelangelo, invece, innovò la tradizione concependo il corpo di Cristo come mollemente adagiato sulle gambe di Maria con straordinaria naturalezza, lontano dalla rigidità delle rappresentazioni precedenti. Il momento è particolarmente intimo, una madre ha sulle gambe suo figlio ormai senza vita, lei che l’ha concepito e che nello stesso modo lo coccolava in fasce anni prima. La mano sinistra è emblematica: pare invitare lo spettatore a meditare sulla rappresentazione tragica davanti ai suoi occhi.

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La morte di Marat, Jacques-Louis David,  olio su tela, 1793, Museo reale delle belle arti del Belgio (Bruxelles)

“La morte di Marat” è un dipinto a olio su tela (165×128 cm) di Jacques-Louis David, realizzato nel 1793. Stessa iconografia, stesso carattere, ma diverso tema. L’uomo era un politico e giornalista francese. Si interessò alla rivoluzione e fu proprio in questi anni che pubblicò articoli con i quali incitò il popolo francese a ribellarsi contro i girondini dominanti. Il 7 giugno 1793, la Convenzione (alla quale Marat fu eletto l’anno prima) allontanò ventitré girondini, portando alla formazione di un potente governo giacobino. Nello stesso anno Charlotte Corday, una giovane donna girondina, si recò a casa di Marat con l’obiettivo di ucciderlo in quanto credeva che stesse tradendo gli ideali della Rivoluzione fomentando una guerra civile. Il delitto si consumò in una tinozza d’acqua medicamentosa. In particolare, dopo una breve conversazione, la Corday trafisse il petto di Marat con un coltello e lo uccise mentre egli stava leggendo la falsa lettera di supplica utilizzata dalla donna come pretesto per farsi ricevere. David decise di accettare l’incarico fornitogli dalla Convenzione di raffigurare la morte del suo amico in un quadro che rendesse omaggio al martire della Rivoluzione francese. È evidente come il corpo di Marat e del Cristo de “La pietà” vaticana assumano la stessa posizione; come anche il braccio del primo e quello del secondo si lascino andare nello spazio, crollino. Inoltre, la luce utilizzata e il lenzuolo bianco che avvolge il protagonista, è un’allusione al sudario di Cristo, e il parallelo con la morte del Salvatore è un modo per elevare Marat al di sopra degli altri uomini, esaltarne le virtù e proporlo come esempio da imitare.

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Pieta with Courtney Love, David LaChapelle fotografia, 2007, LaChapelle Heaven to Hell

Infine “ Pieta with Courtney Love”, una fotografia di David LaChapelle con stessa iconografia, ma carattere e tema differenti. La Madonna è Courtney Love, la compagna di Kurt Cobain. Fra le sue braccia non vi è nessun figlio, bensì proprio il defunto compagno dotato di stigmate non solo ai polsi ma anche alle braccia, segni dellʼeroina assunta durante la vita dal Re del Grunge. Lo stile ricalca sia la fotografia artistica dovuta all’ immensa creatività e ricerca simbolica e concettuale, sia la fotografia di moda grazie all’utilizzo sapiente delle luci e alle pose plastiche e stereotipate. C’è la chiara volontà di mischiare sacro e profano, evidente nel bagliore di luce creato attorno alla folta chioma bionda della donna, come se fosse una santa vera e propria. Accanto alla mano del Cristo, vi è poi una bibbia chiusa buttata per terra, emblema dellʼ accezione negativa del fotografo verso il cattolicesimo. Rilevanti sono anche i cubi disposti per terra dal bambino che compongono la frase: “HEAVEN TO HELL”. La posizione della mano destra è sopra il “TO” come se il bambino stesse attuando lʼazione del “mandare” Kurt verso lʼinferno, o al contrario, come se stando tra “HEAVEN” e “HELL”, lui stesse nel mezzo, puro, neutrale. L’autore, cosciente di ciò che ha messo in scena, si diverte a combinare la tradizione e         l’ innovazione, l’ amore e la violenza.

 

Federico Bianchini

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