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The Social Network

Uno schermo nero. Voci e rumori di stoviglie. In un pub un ragazzo e una ragazza chiacchierano. La conversazione che i due stanno avendo si rivelerà molto più significativa di quanto non sembri. Lui è Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg), lei la ragazza che sta per scaricarlo, Erika (Rooney Mara). Il motivo di questa scelta? Mark è uno stronzo.

Erika lo dirà, “You are probably going to be a very successful computer person. But you’re going to go through life thinking that girls don’t like you because you’re a nerd. And I want you to know, from the bottom of my heart, that that won’t be true. It’ll be because you’re an asshole”.¹ Così, nei primi cinque minuti, sappiamo già tutto quello che c’è da sapere su quella che sarà una delle persone più influenti al mondo. E sappiamo soprattutto quello che sarà l’universo narrativo del film.

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Tratto dal romanzo-inchiesta di Ben Mezrich, “Miliardari per caso”, e vincitore del premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, The social network non ha assolutamente l’obiettivo di raccontare pedissequamente il social network che ha rivoluzionato la nostra concezione dei rapporti con chi ci circonda, anzi. Il tema delle relazioni non è semplicemente sfiorato per raccontare la storia di un self made man, ma resta centrale per tutta la durata del film. È sviscerato in tutti i modi possibili. I dialoghi sono incalzanti, a tratti estenuanti, ci fanno rimbalzare da una parte all’altra dello schermo come una pallina da ping pong solo per mettere in luce un elemento centrale: quanto può essere emblematico il fatto che l’uomo che ha completamente rivoluzionato l’idea stessa di socialità sia in realtà completamente incapace di relazionarsi socialmente? E, peggio ancora, quanto quella stessa persona che ha alleggerito il significato della parola “amico”, non sia in grado di avere accanto nessuno?

A fronte di queste riflessioni siamo in grado di spiegare l’inserimento di quella scena iniziale, quasi in positio princeps, assente nel romanzo da cui il film è tratto. Dando attenzione soltanto alle parole di Erika, il ritratto del ragazzo ci sembra già completo: un nerd che, come se non bastasse, è anche arrogante, presuntuoso, superbo. Ma nessun ritratto viene realizzato in cinque minuti, né in senso letterale né in senso metaforico. Mark è più di quello che mostra, sicuramente più di quello che la gente crede che lui sia. David Fincher dirigendo questo film e Aaron Sorkin scrivendone la sceneggiatura, hanno scelto la rappresentazione di una figura complessa, sicuramente frustrata, per cui in realtà non proviamo mai sdegno o risentimento, tutt’altro. Ci sentiamo vicini a quel ragazzo: tutta la storia di Mark Zuckerberg è costruita per farci immedesimare in lui e l’operazione riesce perfettamente, poiché Mark non si limita ad essere un personaggio o il creatore di Facebook, ma è soprattutto una persona. Lo spettatore non si trova davanti ad un universo narrativo fittizio, creato ad hoc per la storia raccontata, ma ad un mondo reale e complesso, con protagonisti altrettanto reali e complessi.

Il crudele ritratto di Erika dopo due ore matura: “You’re not an asshole, Mark. You’re just trying so hard to be”². Lo spettatore coglie dunque il senso del film, i cui indizi erano stati disseminati come le briciole di Pollicino sin dal primo minuto: raccontare le dinamiche interpersonali che si celano dietro vicende note.
Facebook è un fenomeno passeggero, i rapporti tra gli uomini che regolano le nostre vite invece sono vecchi come il mondo.

 

 

Fumarola Mariapia

 

 


¹ “Probabilmente diventerai un vero mago dei computer. Ma passerai la vita a pensare che non piaci alle ragazze perché sei un nerd. E io posso dirti, dal profondo del mio cuore, che non sarà per questo. Non piacerai perché sei un grande stronzo”

² “Non sei uno stronzo, Mark. Cerchi solo ostinatamente di esserlo”

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