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La consapevolezza di una barchetta

Foto della barchetta di Taranto scattata da Mary Fontanella.

A Taranto, affiancando la Ringhiera del Corso Vittorio Emanuele II, lungo una delle coste della Città Vecchia, poco prima di avvicinarsi al Castello Aragonese, si vede una barchetta.

Una semplice piccola barchetta, di cui non conosco la storia – e forse non mi va neanche di conoscerla, potendo così fantasticarci quanto voglio – lì, sola, attraccata in balia delle rive del Mar Grande. Ci sono passata tante volte davanti, da quando sono ritornata a vivere qui, ma talmente tante che una signora la cui finestra di casa evidentemente affaccia sulla ringhiera, un giorno mi fissò a lungo come se fossi un’aliena. Forse aveva ragione. La fissavo, la fissavo ancora, cercavo qualche risposta, come un fedele davanti ad un crocefisso. Sapete, a volte mi sento come quella barchetta, in balia di un mare, senza segnali di vita intorno.

In radio scorre Franco Battiato, Summer on a Solitary Beach

Dopo diversi anni fuori, per studio e per lavoro, ho deciso di tornare a Taranto. 

E penso “Chissà come sarebbe stato se non fossi mai andata via. Ma, soprattutto, chissà come sarebbe andata se non fossi mai tornata.” Chissà. 

Il mio legame con Taranto è sempre stato particolarmente intriso di incostanza, ma anche di incoscienza. Taranto non rimane indifferente a nessuno, soprattutto ai turisti, da quello che ho potuto vedere negli anni e osservare dalle parole, e chi ne dà un giudizio netto, secondo me mente! Taranto un odi et amo, invece, per molti tarantini, Taranto crea un legame viscerale, profondo e antitetico con questa terra. Amare Taranto ha significato soffrire per me, prendersi molte volte una delusione amorosa. In molti sapranno, perché in molti dicono, che la prima cosa che avverte di essere arrivati in città sia l’odore intenso e mobilizzante di gas. L’aria pesante, che sa di casa, che sa di mare, che sa anche di male. Mobilizzante, sì, perché è così che mi lascia ogni volta che ci penso. È inspiegabile, assurdo, incredibilmente vero quello che accade qui da decenni e che ci ha resi inermi, immobili per tempo. Che l’industria abbia contribuito a creare questo senso di poca appartenenza al territorio? È probabile. Questa cupa rassegnazione ad una situazione ha caratterizzato molti periodi e gli strascichi sono tutt’ora presenti, portando molti a vivere passivamente i propri luoghi, altri a sviluppare uno sconforto nel futuro di questa terra, altri ancora a reagire.

Quando ero un’adolescente, io e molti dei miei coetanei non avevamo il pieno senso di appartenenza a questo territorio. Erano gli anni del dissesto economico, quando iniziai il liceo, e riecheggiava nell’aria e sui giornali la notizia che per un po’ non saremmo potuti crescere. E con la città, forse anche noi ragazzi. 

Personalmente non conoscevo gran parte della storia jonica: mi arrivava ogni tanto un inflazionato eco lontano di Magna Grecia e colonne doriche, vago ed indefinito, tuttavia non avevo intenzione di restare qui a tessere la tela dei miei giorni. Avevo gli occhi pieni di possibilità, sì, ma fuori dal mio luogo natio. L’amore che oggi provo girando per i vicoli e le vie della mia città all’epoca indossava un velo. Quando sei adolescente la voglia di evadere a volte è più grande della sete di conoscenza delle proprie radici, e così, insomma, non vedevo l’ora che l’università mi portasse altrove, lontana da qui. È uno strano legame quello tra la maggior parte dei ragazzi tarantini e Taranto. 

Forse eravamo incapaci di guardare ed ascoltare, forse qualcuno sarà stato incapace di raccontare questa città ai più giovani. 

Mi sono accorta di amare la mia città una volta andata via, strano ma vero. 

Ogni volta che tornavo per le consuete vacanze imparavo qualcosa di nuovo, conoscevo un luogo antico a me sconosciuto. Ho recuperato il tempo perso man mano e mi sono innamorata, piano piano, paradossalmente, vivendo lontana, della mia città. 

Ebbene, più di qualcuno diceva che l’importanza di qualcosa è scandita solo dalla lontananza, ed è così che si instaura questo bizzarro, unico legame tra i famosi fuorisede tarantini e casa. Certo, molti vanno senza nessuna intenzione di tornare, ma posso assicurare che la maggior parte di chi è andato via, quando ritorna, si trova in seria difficoltà. Non saprebbe cosa scegliere! Ed è singolare, poiché si tratta un tripudio di emozioni contrastanti, di pianti strozzati alla stazione ferroviaria, di voglia di altrove ma qui. Torniamo alle nostre vite in altre città pensando a casa, siamo a casa e pensiamo che c’è ancora qualcosa di sbagliato qui. È quella eterna lotta che rende Taranto sirena, ma anche Itaca.

E mi chiedo: ma è proprio questo lento e contrastante innamorarsi a distanza, a posteriori, che renda i fuorisede tarantini un po’ diversi dagli altri? Beh, sicuramente non ho l’arroganza di parlare per tutti, né tanto meno di dire che siamo unici, ma ho la mia singolare idea. 

Taranto ha una storia comunitaria assai particolare. Penso che il sistema industriale ci abbia fatto passare inosservata la particolarità di questa città, relegata a un ruolo marginale nell’immaginario turistico e culturale italiano. La monocultura dell’acciaio, soprattutto nel male, è stata la sola storia che ho sentito raccontata per molti anni ed ho avuto la pecca di non interessarmi ad altro, come se non ci fosse altro. La grandezza di un luogo storico, paesaggisticamente unico, alle cronache per molto tempo solo per l’industria, non ha accresciuto in me la voglia di sapere altro. Non è mancanza di amore, quella della maggior parte dei tarantini, bensì, secondo me, un cuore a lungo atrofizzato, restato fermo, senza possibilità di battere. E sempre da lontano ci arrivava un altro eco, questa volta di chi è restato, di quei ragazzi come me che però son rimasti ed hanno deciso di costruire stavolta un’industria di idee. Di idee sane, cooperanti, di rinascita, di ripopolamento e riappropriazione di luoghi comuni, fino a ieri dimenticati o relegati solo alle notti di loschi individui. 

È passato velocemente il tempo della giovinezza, il tempo della possibilità, il tempo in cui ogni strada sembrava percorribile senza badare alle conseguenze e al futuro. Ed è arrivato, senza bussare alla porta dei giorni, il tempo dell’età adulta, dell’impossibilità, dei grandi ripensamenti e dei grandi rimugini, anche per un piccolo passo. Come anche per il grande passo di tornare giù. 

Per due anni? Per sempre? Non so.

Tornare per tanti è stata una scelta di solitudine, per molti altri è una scelta incomprensibile, impensabile, tanto da suscitare lo stupore di molti a cui inizialmente annunciai del mio ritorno. Tornare o andare, d’altronde, non è un obbligo o un dovere, è una scelta come altre: nessuna condannabile, nessuna elogiabile. Solo semplici scelte personali. 

Dopo dieci anni da quando sono andata via e poi tornata, Taranto è una città diversa e mi rendo conto che alcune buche sociali non ancora colmate non possano farci credere che nulla sia cambiato. Ci sono e persistono problemi e sarebbe stupido nasconderli, primo fra tutti è una forma mentis, la disillusione di molti nei confronti di un domani diverso.

Tuttavia, oggi giro per i vicoli della Città Vecchia e ci trovo voglia di migliorare, mi muovo per Porta Napoli, cammino e trovo vita. 

Non voglio ora fare un elenco di opere d’arte e di siti archeologici, sarebbe pleonastico. Parlo di profumi. La mia città oggi profuma, in molti luoghi, di voglia di riscatto e di cambiamento. 

E l’odore arriverà a coprire sempre più posti.

Taranto, alla Biennale 2021 di Venezia, non è solo uno slogan politico del “quanto siamo stati bravi!”. Non importa. È un caso singolare di come il legame, la comunità, il senso di appartenenza ad un luogo possano essere contagiosi.

Certo, ogni rivoluzione implica del tempo ed anche una nuova consapevolezza collettiva, che non può costruirsi dall’oggi al domani, né tanto meno condirsi di sole parole di speranza. La speranza con i fatti diventa sostanza. 

Per molti anni siamo stati protagonisti di un atteggiamento arrendevole alle circostanze e alle condizioni di Taranto. Oggi parliamo di piazze, di aggregazione, di avvicinare sempre più persone ad un problema, ma anche ad un obiettivo comune. C’è strada da fare, ancora. 

Ebbene, e questo lo dico con fermezza, ora ci spetta il dovere di essere veicoli del cambiamento. Da casa, ma anche da lontano. Nonostante la condizione ambientale che ha per molto tempo annebbiato anche chi continuava a seminare conoscenza, oggi siamo e dobbiamo essere più coinvolti e consapevoli tutti, o quasi, di dover essere protagonisti di un’aria culturale più limpida. 

Oggi sono sicuramente più consapevole che Taranto non sia solo il mio luogo di nascita.

Ed è proprio così che mi sento a volte, come quella barchetta, sulla ringhiera, circondata dal mare. E che ricchezza è essere circondati da onde diverse ogni giorno! 

E penso, a volte, che ho il mare, che ho un mare di idee, e che ci siano altre barchette, con un mare di idee. Insomma, che non siamo soli.

In cerca di un’identità che sia diversa da come ce l’ha raccontata il passato. 

La voglia di riscatto di una barchetta in mezzo al mare. 

Mary Fontanella

Mary Fontanella (1992), tarantina, ha studiato Psicologia Clinica a L’Aquila. Attivista per i diritti civili e LGBTQ+ e membro dell’associazione politico-culturale Giustizia per Taranto.

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