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Insetti, occhiali e umorismo: alcune considerazioni su Woody Allen e Franz Kafka

La fortuna dell’opera di Franz Kafka ha seguito due differenti strade che conducono l’una al mondo anglosassone e dell’Europa meridionale, l’altra all’Europa Centrale ed Orientale. Se in Italia, così come in Francia e negli Stati Uniti, Kafka è giudicato – meritatamente – come l’autore che meglio ha saputo raccontare, spesso attraverso l’uso di allegorie, temi decisivi per il Novecento come il disagio esistenziale, il senso di colpa, il vuoto e l’angoscia, nella Mitteleuropa egli è innanzitutto uno dei classici della letteratura realistica e, sorprendentemente, uno dei più apprezzati e raffinati umoristi. Per rintracciare le origini di questa reputazione è necessario, o quasi obbligatorio, considerare la sua straordinaria eredità, prendendo in esame, soprattutto, il più europeo dei registi d’OltreAtlantico, nonché uno dei maggiori geni comici degli ultimi cinquant’anni: Woody Allen.
Lo scrittore praghese è stato, infatti, decisivo per lo sviluppo di Woody Allen sia per quanto riguarda lo stile, gli schemi narrativi e la fragilità umana dei personaggi, e sia per la definizione del suo oramai inconfondibile stile comico.

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Locandina de Il processo. Reg. Orson Welles. Att. Anthony Perkins e Orson Welles. Paris Europa Production , Astor, FI. C. IT. 1962. Pellicola. Tratto dall’omonimo romanzo di Kafka.

Nelle sue opere cinematografiche Allen ha spesso citato direttamente Kafka, a volte per mettere a nudo l’insicurezza di un personaggio – celebre la battuta nel film “Manhattan”: “[Il tuo analista] ha fatto un grande lavoro con te. Hai una stima di te che è solo una tacca sotto Kafka” – o altre volte per evidenziare l’assurdità di una situazione, ma è nella citazione indiretta che evince in maniera dirompente il reale potenziale comico del boemo. Sfogliando le pagine della narrativa alleniana (un interessante corpus che spesso viene oscurato dai suoi lavori cinematografici) risaltano racconti e passi di chiara ispirazione kafkiana. Uno di questi è intitolato “Morte” ed in seguito verrà esteso nel meraviglioso film “Ombre e Nebbia”. La trama è tanto assurda quanto lineare: un uomo di nome Kleinman (parodia di K., protagonista de “Il Processo”) viene svegliato nel cuore della notte da una isterica ronda notturna che esige il suo aiuto per catturare uno strangolatore seriale. Il regista newyorkese riprende i temi “occidentali” della narrativa kafkiana come quello dell’incomprensione, dell’impossibilità di dialogo, l’incapacità di conoscere il proprio destino, li accosta a dialoghi sopraffini riguardanti l’esistenza di Dio e il senso della vita, ma soprattutto ricalca ed evidenzia la raffinata verve comica “mitteleuropea” di Kafka: se nel Processo K. è vittima della burocrazia e non riesce addirittura a venire a conoscenza del suo capo di imputazione, Kleinman fatica a conoscere qual è la sua parte nel piano per acciuffare il criminale. Ecco il sottile confine tra tragico e comico di cui spesso si tende a ignorare l’esistenza, preferendo schierarsi per una fazione o per l’altra.

In un discorso tenuto al Pan American Center e poi confluito nella raccolta di saggi “Considera l’Aragosta”, lo scrittore americano David Foster Wallace riflette sulla sensibilità comica dell’autore ceco: “Una mia grande frustrazione quando cerco di leggere Kafka con gli studenti è che è impossibile far loro capire che Kafka è comico. Nè tantomeno apprezzare il modo in cui questa comicità è intimamente legata alla potenza dei suoi racconti. Perché, è ovvio, i grandi racconti e le grandi barzellette hanno parecchio in comune. Dipendono entrambi da ciò che i teorici della comunicazione chiamano a volte esformazione, ovvero una certa quantità di informazioni vitali rimossa ma al tempo stesso evocata da una comunicazione in modo da provocare nel destinatario una specie di esplosione di collegamenti associativi. Probabilmente è per questo che tanto i racconti quanto le barzellette hanno spesso un effetto che sembra fulmineo e percussivo, come lo sfiatarsi di una valvola a lungo tappata.”
La speculazione di Wallace pone quindi l’accento sull’importanza dell’umorismo kafkiano per la potenza con cui ci colpiscono i suoi racconti, e questo riconduce inevitabilmente al lavoro di Sigmund Freud, che proprio all’umorismo ha dedicato grande attenzione. La tesi di fondo de “Il Motto di Spirito” è che l’elemento indispensabile per scatenare una risata sia il contenuto inconscio dell’immagine espressa verbalmente: è la contemporanea esistenza di due piani linguistici – uno chiaramente espresso, l’altro taciuto – a provocare il dirompere della risata. Franz Kafka e Woody Allen ne sono perfettamente a conoscenza, e la ricerca di due piani coesistenti rappresenterà una parte essenziale del loro lavoro.

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Lo scrittore praghese Franz Kafka

A questo punto è necessario prendere in considerazione due temi fondamentali per l’opera alleniana: l’ebraismo e la psicanalisi. Numerose pagine de “Il Motto di Spirito” sono dedicate infatti all’umorismo ebraico (detto anche “storiella ebraica” o jüdischer Witz): il neurologo austriaco rilevò infatti che i caratteri tipici dell’umorismo ebraico – l’autoironia sui drammi storici, il pessimismo, la lontananza di Dio – sono unici al mondo, così come le situazioni raccontate che, muovendo dal nonsense, si rivelano volte a suggerire profonde riflessioni.

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Un esempio moderno di storiella ebraica è presente in questo speciale televisivo su Woody Allen condotto da Enzo Biagi e risalente al 1982: qui

È probabilmente questo il punto di partenza per ogni riflessione sulle affinità tra la comicità kafkiana e quella alleniana: la loro definizione nel mondo culturale ebraico in cui entrambi sono cresciuti e che entrambi hanno abbandonato. Se l’umorismo sul mondo rabbinico è una costante del Woody Allen degli esordi, la struttura della storiella ebraica sarà fondamentale per la narrativa dell’Allen maturo. In uno dei suoi film più riusciti – Harry a pezzi – sono presenti entrambi gli schemi: nella descrizione degli ormai deteriorati rapporti familiari del protagonista, la satira di Woody Allen sull’ebraismo è sfrenata e pungente (i tratti con cui sono descritti l’ex-moglie e la sorella, entrambe passate dall’essere donne di scienza a religiose integraliste, sono infatti decisamente caricaturali), mentre è in uno dei tanti segmenti metanarrativi della pellicola che il trinomio Allen-ebraismo-Kafka arriva ai massimi livelli di qualità. Il racconto nel racconto presente nel film è il seguente: un affermato attore di Hollywood sta girando un nuovo film ma appare inspiegabilmente fuori fuoco; mentre il regista riflette su eventuali problemi alle lenti della macchina da presa, uno dei tecnici nota che la macchina non ha alcun problema e che è l’attore stesso a non essere nitido; questa nuova condizione assurda, drammatica, ma con una innegabile vis comica, viene risolta positivamente grazie all’intuizione di un medico: da quel momento, la famiglia e gli amici dell’attore avrebbero indossato degli speciali occhiali per poterlo vedere chiaramente.

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Scena tratta da Harry a pezzi. Reg. Woody Allen. Att. Woody Allen, Richard Benjamin, Kirstie Alley. Jean Doumianian Productions, Sweetland Films.1997. Pellicola.

Questo racconto è senz’altro segno della interiorizzazione delle opere di Kafka, e infatti si può ben ricondurre alle vicende narrate ne La Metamorfosi, la terribile trasformazione in insetto di Gregor Samsa, racconto dalla certa grandezza tragica – la solitudine, l’alienazione, l’impossibilità di dialogo con la famiglia – ma che adesso non può non essere guardato “come se si avessero agli occhi delle lenti”.

La vena sarcastica con cui sia Kafka che Allen osservano l’omologazione sociale, i riti e le illusioni dei loro conoscenti è tra i tratti distintivi della loro produzione. Nel novero delle pellicole maggiormente apprezzate del regista newyorkese è presente Zelig, finto documentario anni ’30 sull’uomo camaleonte. Il presupposto comico della narrazione è questo: Leonard Zelig è vittima di una malattia che comporta il mutamento dei tratti somatici in base al contesto in cui si trova. Zelig – metafora del conformismo – diviene oggetto di grande attenzione mediatica, trasformandosi quasi in un fenomeno da baraccone ed infine in protagonista involontario di un terribile scandalo sessuale. Soltanto la storia d’amore con la psicologa Eudora Fletcher (interpretata da Mia Farrow) riuscirà a moderare il suo camaleontismo e il suo desiderio di omologazione, fino a culminare con l’affermazione del narratore fuori campo “In fin dei conti, non fu l’approvazione delle masse, ma l’amore di una donna, a cambiare la sua vita.”

Il precedente di Zelig, e archetipo del rapporto tra filmografia di Woody Allen e psicanalisi, è da rintracciare prevalentemente nell’opera di Italo Svevo, in particolare ne La coscienza di Zeno: non saranno mai troppe le pagine scritte sul vivo umorismo di questo immenso romanzo, ma per tracciarne i contorni sarà sufficiente accennarne alcuni passi. Nella prima parte del romanzo Svevo racconta di quando Zeno viene a conoscenza del fatto che la semplice azione del camminare comporta il movimento di numerosissimi muscoli. Da questo momento il protagonista del libro non riesce a smettere di pensarci e inizia a dare segni di zoppia. Questa scena è il paradigma della comicità del romanzo e della diversità di Zeno dagli altri: egli è incapace di essere anticonformista e, anzi, cerca di adattarsi ai cliché dei suoi conoscenti (essere degli stimati professionisti, sposarsi, ecc.) ma a differenza loro è dotato di una Coscienza. Le sue azioni – dalla dichiarazione d’amore alla donna sbagliata alla fallimentare esperienza dell’associazione commerciale – sono dunque goffe perché l’attimo in più che egli concede alla meditazione fa sì che egli vada, usando termini musicali, fuori tempo.

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Zelig. Reg. Woody Allen. Att. Woody Allen e Mia Farrow. Orion Pictures, Warner Bros, 1983. Pellicola.

La comicità della quotidiana azione umana negli scritti di Kafka è rintracciata dal grande scrittore contemporaneo Milan Kundera: “Per noi cechi Kafka è uno scrittore realistico perché la sua è una visione lucida della realtà. Nessuno di noi legge i suoi libri come se fossero delle allegorie. Inoltre siamo molto più sensibili al suo humour. La specificità dello humour di Kafka è che una certa comicità accompagna l’uomo in tutte le sue azioni.” In un suo interessantissimo articolo apparso su La Repubblica nel 2013, l’autore de “L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere” ci aiuta a leggere Kafka in maniera mitteleuropea, ricordando che il tema della Colpevolizzazione è stato riscontrato nel praghese grazie ai grandi esistenzialisti Sartre e Camus: l’assurda situazione di K. che corre per arrivare in tribunale in orario, senza però conoscere l’orario dell’udienza calza a pennello con la poetica dell’autore del Mito di Sisifo. Continua Kundera: “Tale combinazione di gravità e leggerezza, di comicità e tristezza, di senso e non senso, accompagna tutto il romanzo fino all’ esecuzione di K. e fa nascere una bellezza strana e incomparabile; mi piacerebbe definire questa bellezza, ma so che non ci riuscirò mai.”

D’altronde, come viene raccontato nel film di Woody Allen  Melinda e Melinda, è la vita stessa a svilupparsi contemporaneamente in una versione drammatica e in una versione comica, ed è probabilmente questo il maggiore spunto umoristico che essa offre.

Vito Ladisa

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