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Quando l’abito fa il monaco

Se un qualsiasi pittore odierno dovesse dipingere l’uomo medio del ventunesimo secolo di certo lo raffigurerebbe con una t-shirt monocolore, un jeans strappato, un paio di Adidas con calzini coordinati e un immancabile cappellino con visiera a becco. Ovviamente lo riconosceremmo anche se fosse avulso dal contesto!

L’indumento è uno strumento così forte chi ci permette di comprendere meglio una personalità, un sentimento, un’epoca.

Proprio in virtù di questo, la moda ha un ruolo fondamentale nella storia dell’arte.

Non si può prestare solo attenzione alla pennellata, alla tecnica e corrente stilistica, quando persino l’osservazione dei vestiti presenti nell’opera, potrebbe rivelarci le intenzioni dell’artista, calandole all’interno del contesto storico.

Credete che non sia stato abbastanza sconvolgente vedere cinque personaggi vestiti alla “seicentesca” con Cristo che irrompe nella scena e chiama a sé Matteo?

E che ne dite dei parigini che furono messi davanti a uomini in giacca e camicia seduti sull’erba con accanto delle donne nude?

 

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Vocazione di San Matteo, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1559-1600, olio su tela, 322×340 cm, San Luigi dei Francesi, Roma.

La Vocazione di San Matteo è una delle tre tele di Caravaggio presenti nella cappella Contarelli della chiesa San Luigi dei Francesi a Roma. Magnifica è la luce, di forte impatto emotivo i movimenti dei personaggi; ma il fatto che essi siano vestiti alla moda dell’epoca del Merisi e abbiano il viso di modelli scelti tra la gente comune, raffigurati senza alcuna idealizzazione, ci trasmette al meglio la resa di tutta quella spiazzante realtà che il pittore perseguiva.

Ne ricaviamo, quindi, che al posto di Matteo ci sarebbe potuto essere Tizio, che i vestiti seicenteschi sarebbero potuti esser sostituiti con quelli del trecento o del duemila, che quindi la chiamata di Dio è universale e senza una precisa collocazione nel tempo, in quanto “per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo” e “di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti”. ¹

 

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Colazione sull’erba, Édouard Manet, 1862-1863, olio su tela, 208×264 cm, Musèe d’Orsay, Parigi.

La Colazione sull’erba di Manet fu al centro di uno dei più clamorosi scandali artistici dell’intera storia dell’arte. La borghesia di Parigi si indignò di fronte a quella donna nuda che guarda con totale nonchalance, definendo il quadro “indecente”. Lo scandalo, però, non nasceva dalla scelta del tema, tant’è che numerosi artisti a lui antecedenti, avevano affrontato il tema del nudo.

Non andava a genio il fatto che la giovane accanto ai due dandy, non fosse giustificata da alcun pretesto mitologico, storico o letterario. Non è una ninfa o un’eroina, è realisticamente una parigina del tempo. A sottolineare l’attualità dei personaggi ci sono i due compagni abbigliati con «gli orribili costumi moderni francesi»² .

Queste opere sono due esempi per i quali un messaggio importante -come la chiamata di Cristo e una critica aspra alla borghesia benpensante in questi casi- è stato sviluppato servendosi anche della psicologia dell’abbigliamento. Si giunge alla conclusione che un vestito può essere importantissimo per fini più elevati. L’abito non solo ci protegge e ci caratterizza, ma può anche essere un’arma per far arrivare forte e chiaro il nostro messaggio.

 

Federico Bianchini

 


1. da la “Preghiera del Credo”

2. parole del critico Hamilton

 

 

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