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L’integrazione Possibile – Elly Schlein, le migrazioni, l’Europa

“Seduto tra di noi c’è qualcuno arrivato a Bari sulla nave Vlora, ma adesso non lo riconosciamo più” – il lungo applauso che segue questa frase costituisce per molti in sala l’occasione per guardarsi intorno e, cercando tra le numerose persone accorse per ascoltare l’europarlamentare Elly Schlein (Possibile, S&D), soffermarsi sul sorriso emozionato di una signora di mezza età: una testimonianza così concreta da tagliare di netto ogni considerazione retorica su accoglienza e integrazione. Un promemoria necessario, perché l’incontro di domenica 23 (organizzato dall’associazione La Giusta Causa) capita in un periodo in cui la narrazione che descrive gli immigrati come la causa principale di disordine e insicurezza è sembrata dominare incontrastata. Capita in una settimana particolare per Bari, turbata dall’aggressione neofascista subita da alcuni manifestanti al termine del corteo antirazzista del 21 settembre. Capita a pochi giorni dalla presentazione del Decreto Salvini su sicurezza e immigrazione. Non è l’unica tappa pugliese del suo fine settimana, che l’ha portata sabato a Mesagne, Lecce e Brindisi, dove ha visitato il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) ed il Centro accoglienza richiedenti asilo (Cara): ritmi quasi da Prima Repubblica per l’eurodeputata, che, spiega, vuole avvicinare alla popolazione le istituzioni e le discussioni europee, sopperendo alla scarsa informazione proveniente dai media – “Sembra che nel Parlamento Europeo si discuta solamente delle dimensioni delle uova, vi posso assicurare che non è così”.

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La Schlein è una dei primi esuli del Partito Democratico, lasciato nel 2015 per aderire a Possibile di Civati, in netto anticipo sui tempi: ha poco più di trent’anni e la determinazione di chi crede con forza che la politica possa e debba essere la leva del cambiamento. Il suo seggio all’Europarlamento è stato uno dei più attivi dell’intera legislatura, merito soprattutto dei 145 emendamenti con cui ha contribuito alla riforma del Trattato di Dublino, approvato con la maggioranza dei 2/3 dei votanti e che adesso attende il vaglio del Consiglio Europeo. Risponde alle domande di Michela Labriola e Joris Gadaleta esibendo dati, leggi, proposte ed errori con ritmo torrenziale, intrecciando continuamente i temi dell’immigrazione, della democrazia europea e delle responsabilità della sinistra, sforando ripetutamente i cinque minuti previsti dal question time.

Si incomincia parlando del recentissimo vertice di Salisburgo (20/09), in cui i governi europei hanno discusso sull’opportunità della redistribuzione dei migranti su base volontaria nei paesi Ue e di fissare un contributo finanziario per i paesi che non intendono accoglierli. La Schlein, estremamente critica, riconduce queste proposte alla linea politica tenuta da molti governi in questi ultimi anni: quella dell’esternalizzazione delle frontiere e delle responsabilità. “L’ossessione securitaria di cui sono preda i governi europei ha comportato lo spostamento dei fondi europei dalla cooperazione internazionale alla gestione delle frontiere, mettendo fine ai protocolli di libera circolazione africana, fondamentali per lo sviluppo economico di quegli stati”. Ricorda gli accordi con Turchia e Libia, che hanno ricevuto soldi per contenere i flussi migratori, contribuendo tuttavia a causare catastrofi umanitarie (le isole di Lesbo e Chios in Grecia, i lager libici) – “Seguiamo la logica di ‘occhio non vede, cuore non duole’”. Alla base di questo processo c’è, secondo E.S., un’errata percezione del fenomeno migratorio: “Lo consideriamo un’emergenza, ma guardando i dati non è così: nel 2016, l’anno con i maggiori arrivi, ci sono state 1,3 milioni di richieste a fronte di una popolazione europea di 500 milioni di abitanti; nel 2017 ce ne sono state 650 mila. Sono cifre bassissime. Dimentichiamo che la maggior parte degli spostamenti migratori sono infraregionali. La stessa Merkel con un’espressione ormai ritenuta celebre disse ‘Wir schaffen das’: ce la facciamo.”

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I problemi sorgono quando non vengono rispettati i principi di solidarietà e di equa condivisione, spesso per puri calcoli elettorali: “Ho incontrato a Lesbo una quindicenne fuggita dalle bombe di Aleppo, ed era bloccata su quell’isola da dieci mesi in attesa di un banale ricongiungimento familiare con una zia che vive in Germania, ma in Germania c’erano le elezioni e quindi avevano rallentato i ricongiungimenti, facendo pagare sulla pelle di quelle persone i problemi politici che non riusciamo a risolvere. Per lo stesso motivo, l’Austria ha chiuso il passaggio del Brennero, quando da lì transitavano a malapena venticinque migranti al giorno.” Inseguire la logica delle destre sull’immigrazione per cercare di guadagnare il consenso dei moderati ha rappresentato una sconfitta enorme dal punto di vista ideologico ancor più che politico, e ha lasciato da una parte i progressisti disorientati e delusi, mentre dall’altra parte i conservatori hanno preferito misure più drastiche: “La politica di Minniti è alla base di quella di Salvini, lo dimostrano gli accordi con la Libia e l’abolizione del doppio grado di giudizio per chi richiede protezione internazionale. Gli esecutivi europei hanno puntato il dito verso il basso e non verso l’alto, verso gli ultimi e non verso i primi. La vera divisione tra ‘noi’ e ‘loro’ deve contrastare le diseguaglianze sociali.”

Tra le inadempienze imputate ai governi a guida PD c’è soprattutto quella di non aver modificato la legge Bossi-Fini, lasciando irrisolta una delle principali questioni di fondo nel campo dell’immigrazione in Italia. La Bossi-Fini è stata approvata nel 2002 dal governo Berlusconi II e lega il  permesso di soggiorno ad un effettivo contratto di lavoro (“È basata sul principio per cui un ipotetico datore di lavoro italiano dovrebbe contattare direttamente un lavoratore extracomunitario” spiega la Schlein) ed è stata aspramente criticata da numerose associazioni per via delle espulsioni con accompagnamento alla frontiera anche verso paesi in cui il migrante potrebbe essere a rischio di violazioni dei diritti umani e per aver comportato la situazione di clandestinità di numerosi extracomunitari, che non possono inserirsi regolarmente nel mondo del lavoro: “È una legge criminogena, crea irregolarità e ha effetti sociali devastanti, costringendo molti immigrati al lavoro nero” – cita la sua visita ai braccianti sikh a Terracina – “e causando il fenomeno del dumping[1].”

La battaglia di Elly Schlein è stata quindi quella per riformare il trattato di Dublino, al fine di garantire una ripartizione equa e sostenibile dei richiedenti asilo, alleggerendo il peso gravante sui paesi mediterranei: l’obiettivo principale è quello di superare il criterio del primo paese di accesso irregolare – “Sono necessarie vie legali, sicure e regolate, come per esempio il visto per la ricerca di lavoro. Abbiamo proposto procedure più efficaci, rapide e rispettose dei diritti: un richiedente fa domanda nel primo paese, si verifica se ha legami significativi con altri paesi in cui ricollocarlo immediatamente, in assenza di questi lo si ricolloca in un paese a scelta tra quelli più lontani dal raggiungimento della quota di richieste che devono affrontare, stabilita in base a Pil e popolazione. E la Lega non ha partecipato a nessuna delle 22 riunioni di negoziato che abbiamo svolto nel corso di due anni sulla riforma di Dublino.”

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Una sfida che ha visto come ostacolo non solo gli egoismi nazionali, ma anche le tanto complesse quanto rigide strutture burocratiche dell’Unione Europea. In fin dei conti è sempre la stessa domanda a imporsi: c’è ancora lo spirito di Ventotene?, è questa l’Europa che sognavano i fondatori? “Se penso ad Altiero Spinelli e a Ursula Hirschmann verrebbe da dire di no. Ci sono questioni lasciate colpevolmente irrisolte ma su cui si può ancora intervenire, dalla disoccupazione giovanile ai cambiamenti climatici, dalla mancata omogeneità dei sistemi fiscali – è assurda l’esistenza di paradisi fiscali europei – a una politica estera ancora poco condivisa”. L’integrazione europea e l’integrazione dei migranti sono due processi che vanno di pari passo, è impossibile affrontarne uno tralasciando l’altro: diventa fondamentale una mobilitazione continentale, con l’orizzonte delle Elezioni del 2019 che si avvicina sempre di più e i tanti dubbi che attanagliano la sinistra, ancora spaesata dopo le ultime cocenti sconfitte e incerta su come ripartire, tra chi si rifugia nel civismo, chi nelle liste transnazionali e chi in un fronte unico che vada da Tsipras a Macron: “Fino a Macron non ci arrivo, non voglio vedere tra gli europeisti chi ha prodotto questa crisi. È necessario un Fronte Progressista Ecologista Europeo: paradossalmente i nazionalisti si muovono da fronte unico globale, mentre noi socialisti siamo costantemente frammentati. Perché non prendere esempio dal Portogallo di Costa, che governa con un’inedita alleanza tra socialisti e comunisti?”

Trasformare l’Europa degli uffici in quella dei popoli è la sfida culturale più ampia e importante: da ciò deriva l’esigenza di legittimare democraticamente le istituzioni europee, da ciò deriva l’urgenza di incontrare quanta più gente possibile, di informare, di confrontarsi. E consapevole di quanto l’appuntamento di maggio 2019 rappresenti uno snodo epocale per il futuro e la sopravvivenza stessa dell’Unione Europea, Elly Schlein prosegue imperterrita l’opera di sensibilizzazione sul tema dell’immigrazione, contrastando con decisione chi scatena e chi osserva indifferente le lotte tra poveri. E a chi descrive gli immigrati come una minaccia, ribadisce i tanti modelli positivi: i centri di accoglienza diffusa (gli Sprar che il Decreto Salvini intende chiudere), le città di Riace, Bari e Brindisi – “Quando la gente offrì le proprie scarpe a chi era scalzo”.

 

Vito Ladisa

 


[1]  il mancato rispetto delle leggi in materia di sicurezza, diritti del lavoratore e tutela ambientale, che consente a un’impresa di ridurre i costi di produzione

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