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Il racconto del Novecento, la sfida del Duemila: Il Secolo Breve di Hobsbawm

La qualità che ha reso eccezionale lo storico britannico Eric Hobsbawm è stata l’essere al tempo stesso un grande scienziato e un abile divulgatore. Non si spiega altrimenti la straordinaria fortuna – popolare e accademica – del concetto di Secolo Breve, titolo e nucleo del suo celebre saggio sul Novecento, nel quale ne racchiude l’estensione temporale tra lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e il crollo del comunismo nel 1991: è una definizione che può sembrare quasi banale (è palese che un’epoca non si concluda negli anni a due zeri) ma che anzi prende forza proprio dalla sua immediatezza dirompente, indice della disponibilità dello studioso a venire incontro a un pubblico quanto più vasto possibile.

La genesi del libro, edito nel 1994, è stata quanto mai insolita. È curioso che Il Secolo Breve sia stato in realtà concepito come opera “in conclusione e in contrapposizione” a Il Lungo Ottocento, la sua maggiore fatica storiografica, in cui l’autore analizzava la lunga ondata di rivoluzioni e di impeti nazionalistici e indipendentistici iniziati con la Rivoluzione Francese protrattisi fino al 1914: Eric Hobsbawm infatti si occupava prevalentemente del Diciannovesimo Secolo, e lo stimolo per iniziare a raccontare la storia del Ventesimo sorse proprio notando la sospensione degli accordi politici internazionali allora in vigore con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

La vita di Hobsbawm è stata ben più lunga dei settantasette anni del Secolo Breve. Nato in Egitto da genitori inglesi nel 1917, visse tra la Germania, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, soggiornando spesso anche in Italia, morì nel 2012. Studioso di origini ebraiche e di formazione marxista, la Storia e l’Autobiografia si intrecciano frequentemente – inevitabilmente – nel suo libro, spesso con risvolti estremamente suggestivi. In questo senso, due passaggi di grande presa sul lettore si trovano rispettivamente nella Prefazione – “Per l’autore di questo libro il 30 gennaio 1933 non è solo la data, altrimenti insignificante, in cui Hitler è diventato cancelliere del Reichstag, ma è un pomeriggio di inverno a Berlino, all’età di quindici anni, mentre con la sorella più piccola tornavo a casa ad Halensee dalla scuola che si trovava a Wilmersdorf, e da qualche parte lungo la strada vidi il titolo di un giornale. Riesco ancora a leggerlo, quasi fosse un sogno” – e nel capitolo XVIII – “Chi scrive era docente in un college di Cambridge proprio nell’epoca in cui Crick e Watson stavano effettuando la loro trionfale scoperta sulla struttura del DNA (la doppia elica) […] La maggior parte di noi semplicemente non era cosciente che sviluppi così straordinari si stavano schiudendo a poche decine di metri dal portone del nostro college, in laboratori davanti ai quali passavamo tutti i giorni, per merito di persone con le quali andavamo insieme a bere al pub.” –.

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Lo storico britannico Eric Hobsbawm (1917 – 2012)

Per comprendere la struttura dell’opera sarà comodo dare uno sguardo a questo schema riassuntivo:

PARTE PRIMA:

L’ETÀ DELLA CATASTROFE

L’epoca della guerra totale
La rivoluzione mondiale
Nell’abisso economico
La caduta del liberismo
Contro il nemico comune
Le arti 1914-1945
Fine degli imperi
 

 

PARTE SECONDA:
L’ETÀ DELL’ORO

La Guerra fredda
Gli anni d’oro
La rivoluzione sociale: 1945-1990
La rivoluzione culturale
Il terzo mondo
Il Socialismo reale
PARTE TERZA:
LA FRANA
I decenni di crisi
Terzo mondo e rivoluzione
Fine del socialismo
Morte dell’avanguardia: l’arte dopo il 1950
Stregoni e apprendisti stregoni: le scienze naturali
Verso il terzo millennio

A una prima occhiata si realizza chiaramente che il vero grande protagonista di quest’opera è l’esperienza del socialismo, iniziata nel 1917 e conclusasi nel 1991. La tesi di Hobsbawm è che il sistema socialista non sia mai stato un reale competitore di quello capitalista, ma che in realtà la sua fortuna sia scaturita dal fronte comune contro le potenze dell’Asse ed il nazionalsocialismo: dopo il trionfo degli Alleati è stato inevitabile considerare l’Unione Sovietica come una superpotenza e il suo sistema economico, politico e sociale come un’alternativa a quello liberale. L’Età dell’Oro, della crescita e della piena occupazione, secondo Hobsbawm è sorta proprio grazie alla contrapposizione dei due blocchi: l’Occidente Capitalista è stato quasi obbligato a guardare verso l’Oriente Socialista, con le conseguenti riforme di stampo socialdemocratico o, quantomeno, di liberalismo sociale. Scrive Hobsbawm: “È un’ironia della storia di questo strano secolo che il risultato più duraturo della Rivoluzione di Ottobre, il cui obiettivo era il rovesciamento del capitalismo su scala planetaria, sia stato quello di salvare i propri nemici, sia nella guerra, con la vittoria militare sulle armate hitleriane, sia nella pace, procurando al capitalismo dopo la seconda guerra mondiale l’incentivo e la paura che lo portarono a autoriformarsi: infatti il capitalismo trasse dai principi dell’economia pianificata dei regimi socialisti, allora assai popolari, alcuni metodi per una riforma interna.

”La terza fase del secolo è infine sintetizzata dall’esperienza angloamericana dei governi Thatcher (1979 – 1990) e Reagan (1981 – 1989), caratterizzata dall’ascesa della teoria monetarista e da quindi un minore intervento pubblico in campo economico, in contrapposizione alle politiche dei decenni precedenti. Per quanto riguarda invece il mondo socialista, la sua crescita economica era stata considerevole esclusivamente in situazioni belliche: con il passare degli anni si comprese che la sfida tra Capitalismo e Economia Pianificata era impari – sia dal punto di vista dei dati macroeconomici che da quello della situazione sociale – e questo portò al crollo o alla trasformazione della maggior parte di quei regimi.

Hobsbawm, però, riferendosi alle prospettive del mondo post–Socialista cerca di innescare una riflessione più profonda riportando una frase del Nobel russo Aleksandr Solženicyn: “Anche se l’ideale mondano del comunismo e del socialismo è crollato, i problemi che esso proclamava di voler risolvere sono rimasti: la sfacciata prevaricazione sociale e lo smodato potere del denaro, che spesso dirige il corso degli eventi. E se la lezione mondiale del ventesimo secolo non serve a vaccinarci, allora il grande turbinio rosso può ripetersi in tutto e per tutto” (da un articolo del New York Times del 28 novembre 1993).

Il capitolo conclusivo del saggio di Hobsbawm – Verso il terzo millennio – è straordinario per la lucidità delle previsioni. Il grande timore dello storico britannico è che, conclusosi l’esperimento socialista, il mondo liberale diventi drammaticamente autoreferenziale e che perda quindi la forza e la volontà di migliorarsi e portare progresso sociale. Per quanto riguarda la crisi demografica ed ecologica, Hobsbawm non si dimostra particolarmente pessimista, anche se, con una battuta in tipico British style, sottolinea come sia stato più semplice convincere le grandi multinazionali dell’automobile a produrre vetture con standard ecologici più alti che convincere le masse ad utilizzare meno l’automobile. La vera questione è, per Hobsbawm, quella del lavoro e della sua automazione: non ci sarà alcuna soluzione, secondo lui, proseguendo con un’economia di libero mercato senza controlli né restrizioni, eppure, finché non ci sarà una minaccia politica credibile al sistema capitalistico – e non considera tali né la decrescita felice né revival comunisti – non sarà possibile un approccio realistico al problema occupazionale. Ad ogni modo, sostiene Hobsbawm, tassi di disoccupazione tendenti al fisiologico come nell’Età dell’Oro saranno irripetibili.

La salute della democrazia, infine, è da tenere sotto continua attenzione. Hobsbawm prospettava per il Terzo Millennio una progressiva frammentazione dei partiti politici: immagina maggiore il peso politico di un movimento ambientalista, femminista o contro il capitalismo finanziario rispetto a quello di un “partito generalista” che propone la sua visione su un campo maggiore di problematiche sociali. Anche in questo caso, lo storico britannico non è andato troppo lontano dallarealtà, se consideriamo, ad esempio, il proliferare dei partiti sovranisti, dei Verdi o dell’Occupy Movement.

Le sfide proposte da Hobsbawm nel Secolo Breve sono concrete e incombenti, e lo storico britannico lascia il testimone con molto fiducia alle nuove generazioni: “Comunque, una cosa è chiara. Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società mutata, è il buio”. Il suo messaggio, nonché l’esempio di un uomo in continua e consapevole relazione con la Storia non può che essere uno stimolo per affrontare con coraggio le incognite del Ventunesimo Secolo.

 

Vito Ladisa

 

 

 

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